youth mentor, social researcher, learning specialist, author, neuro-educational specialist, counselor, HRD consultant, trainer, evaluative researcher








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apprendimento efficace: avere piena padronanza delle teorie sull’apprendimento oggi, nella cosiddetta “società dell’informazione”, è essenziale, perché permette di distinguere tra formazione come pura formalità e formazione come investimento per un reale miglioramento. A tal proposito ho sviluppato un modello di apprendimento in contesti reali, il modello COMP.ASS., utile anche per la valutazione dell’efficacia formativa.

ricerca valutativa: la classica distinzione tra ricerca qualitativa e ricerca quantitativa non ha oggi più ragion d’essere; se la ricerca esce dalla torre d’avorio in cui è rinchiusa e si presta al servizio delle organizzazioni e delle persone, numeri e parole diventano i mattoni di una conoscenza sistemica e approfondita dei fenomeni. Questo è dunque la ricerca valutativa: uno strumento di pianificazione e riprogettazione efficiente.


youth mentoring: gli adolescenti oggi appaiono come delle casseforti inaccessibili, l’età in cui si rivendica un’autonomia dai genitori si è anticipata; spesso, però, rimane il dubbio che siano davvero in grado di cavarsela da soli come vorrebbero. Lo youth mentoring è un tipo di formazione che va in profondità nella relazione con l’adolescente e gli/le fornisce uno spazio per esprimersi ed elaborare le esperienze con maggiore autocoscienza.

innovazione delle metodologie di ricerca: l’attitudine al system thinking mi ha fatto avvicinare alle tecniche di modellizzazione dei sistemi complessi (organizzazioni, gruppi, comportamenti collettivi) e all’implementazione di metodologie di ricerca ibride.

LE PAROLE SONO IMPORTANTI

Intervento a commento dell'intervento su Quoziente Intellettivo e Quoziente Emotivo interno alla conferenza L'Intelligenza Fa Bene alla Salute? del Mensa Meeting di Forlì, autunno 2015 - pubblicato sul numero di ottobre-novembre di Galaxia (bimestrale associativo del Mensa Italia).

Vorrei cominciare con il ringraziare gli organizzatori del Meeting Autunnale del 2015 a Forlì, sono stati bravi, oltre che volenterosi, nel proporre numerosi stimoli a noi partecipanti (non è facile mantenere un buon livello di stimolazione per menti veloci). Tra questi, per ragioni forse ovvie data la mia formazione psicologica e il mio lavoro, mi è rimasta in particolare vivida in memoria la Conferenza sul Quoziente Intellettivo e Quoziente Emotivo; aldilà di alcune perdonabilissime ingenuità nell'organizzazione, che ha trascurato forse l'organicità complessiva degli interventi, i quali sembravano piuttosto una rassegna di approfondimenti giustapposti (tutti comunque ben fatti e interessanti, complimenti), aldilà di questo aspetto di superficie mi sono portato a casa una grande riflessione che vorrei qui condividere con i lettori.

1) Quale Psicologia?
L'orientamento della conferenza era pienamente, intensamente statunitense. Cosa significa ciò? Significa che ciò di cui si è discusso, ciò che è stato appreso dagli uditori non è Psicologia, ma un suo orientamento specifico, ossia quello nordamericano; confondere Psicologia con Psicologia statunitense è una sineddoche del tutto ingiustificata. L'orientamento psicologico nordamericano può essere connotato e collocato prendendone in considerazione le caratteristiche essenziali, le coordinate storiche che lì e così l'hanno fissato. Cominciamo col Pragmatismo.

Il Pragmatismo americano, diffusosi tra la fine dell'Ottocento e a quanto pare mai tramontato da allora, costituisce una soluzione intelligente a un problema spinoso: quello della determinazione delle condizioni di verità di fatti e teorie scientifiche. Con una sintesi brutale, la posizione pragmatista si riassume in: è vero ciò che funziona.

La seconda presa di posizione, molto importante, fondamentale, riguarda invece il metodo con cui viene esplorato l'invisibile, lo scanner speciale per visualizzare ciò che non è possibile vedere e misurare direttamente: parliamo dell'Analisi Fattoriale, un metodo statistico per ricavare a partire dalle numerose risposte date a un questionario un numero esiguo di dimensioni latenti; equivale a setacciare la molteplicità dei comportamenti per evidenziare quali siano i fattori in grado di spiegarli. Spero di non destare troppo stupore nel dire che quasi tutta la ricerca psicologica nordamericana si serve dell'Analisi Fattoriale per fare teoria.

2) Quale intelligenza?
E dall'Analisi Fattoriale ha appunto preso forma quel costrutto che chiamiamo intelligenza, invisibile, indefinito, ma vero perché funziona, statisticamente, almeno: funziona correlare il successo scolastico all'intelligenza, il benessere, la capacità di ragionamento morale, e le tante altre cose che a essa risultano collegate. Vediamo però in breve i passaggi di un'Analisi Fattoriale, e interroghiamoci se in qualche modo questi non diano forma alla definizione stessa di intelligenza: si passa in rassegna la letteratura sul tema, innanzitutto, e da questa si traggono spunti che poi si trasformano in domande; queste vengono unite in un unico questionario, lungo e variegato poiché in questa fase l'estensività è preferibile; si seleziona un campione, il più possibile rappresentativo (non sempre è necessario), gli si somministrano le domande, si sottopongono le risposte ad Analisi Fattoriale; si eliminano quelle domande nomadi, che non gravitano attorno a nessun fattore, e infine, si tiene in considerazione un numero di fattori suggerito dal software di analisi; si cerca poi di attribuire ad essi una semantica, osservando quali sono le domande cui sono maggiormente correlati, e si attribuisce loro un'etichetta, e così si chiude il cerchio.

È esattamente in questo modo che Spearman ha identificato il Fattore G, l'oscuro organizzatore di tutta l'attività cognitiva che viene chiamato intelligenza, così Gardner le sei intelligenze, e Sternberg gli Stili di Pensiero: il ricercatore, la sua idea, il modo in cui si rappresenta il problema è, in questa maniera di far ricerca, universale, presente dall'inizio in cui si scelgono le domande alla fine in cui queste vengono usate per dare un nome ai fattori. I fattori esistono? Sono veri? Sì, se producono effetti: e gli effetti sono quelli statisticamente rilevati dall'Analisi Fattoriale. Tuttavia, chi intraveda un vizio in questa procedura, ad esempio nella circolarità del ragionamento, ai limiti della tautologia, o nella evidente approssimazione, sbaglia: il vizio non sta nella procedura, ma in chi la assurge a indiscutibile rilevatore di verità nascoste.

3) Quale emozione?    

Quest'ultima domanda implicitamente ci riporta alla prima, "Quale Psicologia?", riformulandola però in chiave etica. Durante la conferenza è emersa una concezione delle emozioni molto in linea con quella dominante attuale, statunitense, che le classifica a partire da due diverse teorie: quella di Ekman (e di molti altri con e dopo di lui) secondo la quale esisterebbero due livelli di emozioni: quelle semplici, basilari, dominate dalla fisiologia e determinate geneticamente (e per questo universali a tutti gli umani), e quelle complesse, derivate dall'intreccio, dalla sofisticazione delle prime; è la teoria su cui è fondato il film d'animazione americano Inside Out, per intenderci. La seconda teoria invece, più che essere una vera e propria affermazione è un criterio di classificazione, che distingue le emozioni in base all'intensità, all'arousal e alla polarità; proprio sulla polarità vale spendere qualche parola.

Positivo e negativo sono due termini chiarissimi se si parla di logica: positivo è tutto ciò che segue la linea argomentativa dell'affermazione, quella del modus ponens aristotelico, e si contrappone a negativo che invece è la via - appunto - della negazione, il modus tollens; l'estensione dei due termini alla fisica, dove positivo e negativo indicano le cariche rispettivamente di protoni ed elettroni, non deve trarci in inganno: è una mera convenzione che al protone sia attribuito il segno + e all'elettrone segno -, non è indice di una qualche occulta qualità della materia che si manifesta se positiva e si ritira, latita se negativa. Se applicato al discorso sulle emozioni, la metafora subatomica diviene ancora più fuorviante e, se consideriamo l'importanza delle emozioni nel guidare le nostre scelte e determinare le nostre vite, pericolosa. Non possiamo sostenere con disinvoltura che esistano emozioni assolutamente positive e altre negative, perché non possiamo in primis determinare cosa pongano e cosa neghino rispettivamente. Cosa afferma la sorpresa? E cosa nega la nostalgia?

Potremmo in modo piuttosto generico sostenere che alcune emozioni siano generatrici di felicità, e che altre ne siano distruttrici; che alcune siano legate all'affermazione della vita e altre al trionfo della morte; così facendo, però, è istantaneo cadere in un errore gravissimo, ossia connettere il discorso psicologico sulle emozioni a uno morale sul bene e sul male.

Questo è uno degli errori scientifici più mostruosi, non tanto della Psicologia quanto degli psicologi, che si sentono spesso incaricati dalla società di condurre una crociata clinica contro la tristezza, contro una supposta negatività, come viene spesso chiamata. Non è certo l'elogio della depressione quello che desidero fare, non dobbiamo però dimenticare che la battaglia contro le emozioni negative ha radici antiche e, se accogliamo la retorica della modernità e del progresso, andrebbe superata, non riprodotta né tantomeno rinforzata. Fu la Psichiatria sin dai suoi albori, l'inizio dell'Ottocento, a considerare la melanconia un problema da curare, ritenendola una manifestazione bizzarra derivante dalla debolezza costituzionale del sistema nervoso, soprattutto femminile (ancora oggi si usano termini come "nervosismo" o "nevrastenia" per parlare di stati di alterazione umorale): basti pensare a Pinel, che la Psichiatria l'ha proprio fondata a cavallo tra Sette e Ottocento, che annoverava tra le forme di secondo ordine di alienazione, accanto a idrofobia, idiotismo, ipocondria eccetera, proprio la melanconia; e non ci volle molto perché un 
suo allievo illustre, Esquirol, ritenesse che proprio tutte le emozioni fossero causa di follia, scrivendo Les Passions Considerées comme Causes, Symptômes, et Moyens Curatifs de l’Alienation Mentale. Quali distanze possiamo prendere da un simile orizzonte? Il manuale statistico e diagnostico, il DSM, dà un'indicazione operativa importante: è ciò che dura a lungo, e nel suo perdurare inficia lavoro, matrimonio, progetti di vita in generale, a dover destare timori. Ma è sufficiente?

Ogni volta che penso al disagio psichico e alla sua potenza creatrice mi viene in mente Van Gogh, e mi domando quale immensa frustrazione debba averlo spinto al gesto di tagliarsi l'orecchio; eppure quella sofferenza, tra acting out (gesti inconsulti agiti senza tenere conto delle conseguenze) e autolesionismi, ha prodotto tanta, tanta bellezza. 


In un passaggio della conferenza su si è fatto riferimento all'importanza dell'allenare e accrescere il proprio Quoziente Emotivo perché sperimentando emozioni positive e prosociali tutti possono arrivare ad avere successo. Ma è il male di vivere che ha dato successo a Montale e a molti altri poeti; e chissà se questo, il successo, era proprio il valore per cui si sono spesi.


Fa bene a volte tornare all'orizzonte antico, non in senso filologico, ma brutalmente umano, tornare laddove le passioni, anche quelle della follia, anche quelle quindi negative, venivano esperite in libertà e pienezza, sacralizzate addirittura; ricordare che il timor panico era un senso di sgomento di fronte alla vastità della natura, e che la melanconia era un profondo turbamento d'amore. Si tornino a guardare le opere dell'uomo, e non le sue emozioni; si occupi la Psicologia di comprendere l'azione, e la creazione, aldilà del giudizio e della cura dell'emozione che le ha prodotte.

Vorrei concludere dicendo che quanto è stato detto finora non vuole essere un esercizio filosofico fine a se stesso; poche discipline - forse nessuna - quanto la Psicologia risente del quadro epistemologico cui si sceglie di aderire: si tratta infatti di una scienza empirica anomala, che pone come variabile indipendente di un fenomeno visibile (il comportamento) un fenomeno invisibile, esperito solo soggettivamente (sia il pensiero, l'emozione, la motivazione ecc.); il modo in cui è costruita la semantica di ciò che non è visibile è quindi un fatto tutt'altro che secondario, poiché condiziona strutturalmente il fare teoria, e dare un qualcosa di non visibile e misurabile direttamente come certamente esistente è un errore scientifico grave; un atto di fede, non certo un fatto di Scienza. E fede e Scienza è bene che restino distinte, a beneficio di entrambe; che rimangano idee e parole distinte. Perché le parole sono importanti.