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IL M5S HA INIZIATO A SCRICCHIOLARE…

…a partire dalla questione dello scudo penale per ArcelorMittal (1) e della condivisione delle decisioni sul MES (2), aprendo a una stagione di dissensi interni dichiarati (3) e agiti nella forma dell’esodo verso Lega e Gruppo Misto (4). I fattori prevalenti di questa spaccatura interna sono stati di due ordini: la presenza per molti ingombrante di Di Maio, che ha impresso al partito una deriva autoritaria e centrista (5), e la mancanza di un disegno organizzativo che coordinasse l’azione politica tramite strutture locali e nazionali (6). Attualmente, il M5S si avvia verso una nuova fase, caratterizzata dalla presenza di facilitatori territoriali (7), ma permangono le spinte alla lacerazione (8), che la nuova leadership di Crimi rallenterà (9). Il disegno di Di Maio rimane comunque intatto, ossia recuperare la leadership dopo gli Stati Generali (10) e definire una volta per tutte il posizionamento centrista del partito (11), liberarsi delle zavorre che lo tengono ancorato a Sinistra (Conte incluso?) (12) e creare un’ideologia sganciata dal populismo, che ormai non è più un tratto distintivo (13).

GLI EQUILIBRI DELL’OCCIDENTE…

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…appaiono fortemente mutati nell’ultimo secolo, a cominciare dall’Europa: se nel secondo dopoguerra appariva egemone, seppur con grandi disparità interne tra vincitori e vinti (1), nella forma contemporanea dell’UE rischia di scomparire sul piano geopolitico per via di quelle stesse divisioni, come dimostra la debolezza e l’individualismo delle posizioni assunte rispetto alle crisi libica e iraniana (2). Sotto la guida di Trump, intanto, gli Stati Uniti riconquistano l’immagine di player più forte nel definire l’ordine mondiale, una conquista ottenuta tramite un mixage di isolazionismo e guerre commerciali da un lato (3), uso della forza e della ritorsione dall’altro (4). Con Russia (5) e Cina si mantengono relazioni triangolari in grado di conservare quella stabilità tesa, un posizionamento che consenta a ciascuno di mantenere la propria posizione a livello mondiale (6) senza eccedere nelle interferenze. Per quanto riguarda l’Italia, già in occasione del Russiagate si era vista la reattività dello staff di Trump di fronte all’ipotesi di nuove alleanze rispetto a quelle consolidate dalla NATO (7), e anche in relazione alle crisi in area MENA si evidenzia il permanere di un ruolo utile, ma non sempre dignitoso, ossia quello di portaerei nel Mediterraneo (8).


TRE TEORIE PER PENSARE LA CRISI IRANIANA

I fatti che stanno contrassegnando la rapida emergenza della crisi iraniana, che vedono coinvolti gli Stati Uniti di Trump da un lato, l'Iraq e l'Iran dall'altro, possono essere interpretati grazie ad alcune teorie psicologiche: è noto, infatti, il contributo che la Psicologia, e in particolare la Psicologia Sociale, hanno dato e danno ancora oggi alla Geopolitica e allo studio delle relazioni internazionali.

La prima è la Teoria dell'Equilibrio di Heider, formulata nel 1958, in un momento in cui gli steccati disciplinari erano assai meno importanti rispetto a oggi e in cui era quindi possibile che uno studioso si occupasse dello studio delle relazioni interpersonali e dell'attribuzione causale, come fece Heider, appunto. In particolare, negli anni '50 e '60 era in auge l'idea freudiana che una condizione dotata di minore tensione fosse preferibile rispetto ad altre con gradi di tensione maggiore, motivo per cui in un sistema di relazioni triangolare Heider riteneva che, qualora vi fosse stata una condizione di instabilità, le relazioni si sarebbero riassestate in modo da risultare più stabili.