youth mentor, social researcher, learning specialist, author, neuro-educational specialist, counselor, HRD consultant, trainer, evaluative researcher








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apprendimento efficace: avere piena padronanza delle teorie sull’apprendimento oggi, nella cosiddetta “società dell’informazione”, è essenziale, perché permette di distinguere tra formazione come pura formalità e formazione come investimento per un reale miglioramento. A tal proposito ho sviluppato un modello di apprendimento in contesti reali, il modello COMP.ASS., utile anche per la valutazione dell’efficacia formativa.

ricerca valutativa: la classica distinzione tra ricerca qualitativa e ricerca quantitativa non ha oggi più ragion d’essere; se la ricerca esce dalla torre d’avorio in cui è rinchiusa e si presta al servizio delle organizzazioni e delle persone, numeri e parole diventano i mattoni di una conoscenza sistemica e approfondita dei fenomeni. Questo è dunque la ricerca valutativa: uno strumento di pianificazione e riprogettazione efficiente.


youth mentoring: gli adolescenti oggi appaiono come delle casseforti inaccessibili, l’età in cui si rivendica un’autonomia dai genitori si è anticipata; spesso, però, rimane il dubbio che siano davvero in grado di cavarsela da soli come vorrebbero. Lo youth mentoring è un tipo di formazione che va in profondità nella relazione con l’adolescente e gli/le fornisce uno spazio per esprimersi ed elaborare le esperienze con maggiore autocoscienza.

innovazione delle metodologie di ricerca: l’attitudine al system thinking mi ha fatto avvicinare alle tecniche di modellizzazione dei sistemi complessi (organizzazioni, gruppi, comportamenti collettivi) e all’implementazione di metodologie di ricerca ibride.

I NUMERI DEL MERCATO DEL LAVORO…

…mostrano una tendenziale associazione tra l'essere giovani e lavorare a tempo indeterminato (1), a causa della debolezza delle misure adottate il rischio percepito di un investimento è ancora maggiore di quello di un taglio (2). Gli effetti di una simile condizione ricadono sulla capacità del mercato stesso di innovarsi (3) e sulla progettualità dei giovani (4).


(1) Perché i giovani lavorano a tempo determinato? In buona parte (46,10%) perché non riescono ad accedere al lavoro a tempo indeterminato. Questa la prima motivazione nel 2015. Nel 1998, invece, il motivo principale (59,90%) era lo studio, che ora, invece, si è ridotto sotto alla soglia del 40%. Possiamo dire che oggi, come nel 1998 la quasi totalità dei giovani che lavorano a termine (97-98%) lo fa per motivi diversi dal non volere un lavoro a tempo indeterminato.

A indicare però lo stato di salute malfermo del mercato del lavoro giovanile è la quota di giovani "in prova", cresciuta molto negli ultimi anni: combinata alla riduzione del tempo determinato per motivi di studio indica che qualcosa nella cinghia di trasmissione dei saperi e delle competenze si è bloccato.

http://www.propostalavoro.com/news/perche-i-giovani-lavorano-solo-a-tempo-determinato

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(2) I numeri suggeriscono come, in un contesto di debole ripresa, le decisioni delle imprese, soprattutto in relazione ai giovani lavoratori, siano ancora in gran parte orientate al risparmio di costo e non all’investimento in capitale umano. La forte flessibilità prevista per i primi tre anni del contratto unico a tutele crescenti – necessaria per valutare le reali competenze del lavoratore – sembra quindi non aver ancora scalfito in misura significativa il ruolo del contratto a tempo determinato.
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Ciò sembra suggerire che il ruolo giocato dalla decontribuzione nel boom dell’indeterminato del 2015 sia stato particolarmente importante per i lavoratori più giovani, elemento confermato anche dalla più alta quota di assunzioni con esonero sul totale di quelle a tempo indeterminato (dati Inps 2015: 67,4 per cento per gli under 24 contro 50,1 per cento per gli over 50).

http://www.lavoce.info/archives/48125/due-anni-jobs-act-giovani-ancora-precari/

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(3) La quota di occupati sulla popolazione compresa tra i 25 e i 34 anni è del 60%, inferiore di venti punti alla Germania e di sedici rispetto alla media Ue. La fiducia nei progetti autonomi di vita scarseggia anche tra chi non è un “bamboccione”. Sale la disaffezione nei confronti delle istituzioni e della politica. Il capitale umano e sociale che dovrebbe sprigionare energie e nuove competenze a fronte di redditi coerenti – rilanciando poi anche per questa via la domanda e la competitività delle imprese- s'accartoccia in un angolo e deperisce.

http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2017-08-05/il-paese-che-brucia-futuro-202744.shtml?uuid=AEkU1O9B&refresh_ce=1
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(4) Per effetto di questa crisi sistemica, la gran parte delle persone vive immersa in un orizzonte culturale nebuloso, dove mancano i punti di riferimento che dovrebbero consentire di stabilire un ordine, un sistema dei ruoli, una gerarchia dei valori. All’insicurezza riguardo al lavoro e al reddito si sommano altre insicurezze e paure che derivano dall’incapacità di orientarsi in un mondo globale dove quello che succede a migliaia di chilometri di distanza ha delle conseguenze rilevanti a casa nostra. In un mondo così complesso qual è il posto dei giovani? In una società segnata dall’insicurezza, quale futuro è possibile immaginare?
[…]
In un recente saggio, l’antropologa Amalia Signorelli (2016), analizzando il modo di vivere la crisi in Italia, individua nell’impossibilità strutturale di pensare, decidere e agire in termini di progetto (cioè secondo un’etica dell’andare oltre, un ethos del trascendimento) il carattere culturale distintivo determinatosi in questi anni. Ciò produce una sorta di paralisi progettuale che impedisce di superare la datità dell’esperienza, e che può essere considerata uno dei sintomi più gravi della crisi in atto.

https://ilsaltodirodi.com/2017/07/05/giovani-a-tempo-indeterminato/
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