youth mentor, social researcher, learning specialist, author, neuro-educational specialist, counselor, HRD consultant, trainer, evaluative researcher








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apprendimento efficace: avere piena padronanza delle teorie sull’apprendimento oggi, nella cosiddetta “società dell’informazione”, è essenziale, perché permette di distinguere tra formazione come pura formalità e formazione come investimento per un reale miglioramento. A tal proposito ho sviluppato un modello di apprendimento in contesti reali, il modello COMP.ASS., utile anche per la valutazione dell’efficacia formativa.

ricerca valutativa: la classica distinzione tra ricerca qualitativa e ricerca quantitativa non ha oggi più ragion d’essere; se la ricerca esce dalla torre d’avorio in cui è rinchiusa e si presta al servizio delle organizzazioni e delle persone, numeri e parole diventano i mattoni di una conoscenza sistemica e approfondita dei fenomeni. Questo è dunque la ricerca valutativa: uno strumento di pianificazione e riprogettazione efficiente.


youth mentoring: gli adolescenti oggi appaiono come delle casseforti inaccessibili, l’età in cui si rivendica un’autonomia dai genitori si è anticipata; spesso, però, rimane il dubbio che siano davvero in grado di cavarsela da soli come vorrebbero. Lo youth mentoring è un tipo di formazione che va in profondità nella relazione con l’adolescente e gli/le fornisce uno spazio per esprimersi ed elaborare le esperienze con maggiore autocoscienza.

innovazione delle metodologie di ricerca: l’attitudine al system thinking mi ha fatto avvicinare alle tecniche di modellizzazione dei sistemi complessi (organizzazioni, gruppi, comportamenti collettivi) e all’implementazione di metodologie di ricerca ibride.

INNOVAZIONE E SENSO DI COLPA

Che lo sviluppo sia un processo che si muove rimbalzando tra conflitti via via diversi è un'idea molto ben consolidata nella Psicologia dell'Età Evolutiva. Questa è una premessa piuttosto importante, se consideriamo che l'insegnamento pacifista, che nella sua vocazione iniziale trasmetteva una cultura della gestione matura del conflitto, è stato tradotto, nella vulgata, in un evitamento e in una sedazione del conflitto.




Si potrebbe pensare, però, e non a torto, che non sia solo la psiche individuale a essere animata da conflitti, ma anche intere comunità, come suggeriva un noto sociologo tedesco, e che proprio la soluzione via via elaborata per risolverli costituisca una buona rappresentazione di ciò che chiamiamo Storia. E chissà che non ci sia proprio un conflitto risolto male a livello culturale, alla base di ciò cui abbiamo assistito in questi giorni, con il crollo del Ponte Morandi a Genova, ma cui siamo abituati in quanto storie di ordinaria mala-gestione.

Erikson, autore cui si ricorre spesso per via della sua capacità di sintesi e modellizzazione, insegna che ogni fase dello sviluppo, all'interno di coordinate socio-culturali caratteristiche dell'Occidente, impone un proprio piccolo nodo gordiano: mi fido o non mi fido? Genero o ristagno? Resisto o mi dispero? Sono solo alcune delle domande fondamentali, dei conflitti, che la vita ci pone davanti e la soluzione dei quali rappresenta una possibilità di crescita, di darsi una forma.

Non devono essere immaginati come bivi, ma come opzioni che sono binarie al principio, e che richiedono a individui o collettività di mettere in moto un pensiero, che più sarà innovatore e creativo più riuscirà a uscire dalle dicotomie: ecco, quindi, che non si può concludere semplicisticamente che fidarsi rende felici e non fidarsi no, piuttosto che essere generativi contro il non esserlo, eccetera. La grandezza di Erikson sta nel fatto di dare per assunto che lo sviluppo sarà l'occasione per trovare una mediazione, un miscuglio, un punto di equilibrio ottimale per ciascuno di noi: ciò significa che chi è generativo avrà delle componenti di stagnazione, chi sarà prevalentemente sfiduciato conserverà qualche nucleo di fiducia e via dicendo.

Per quanto riguarda la cultura italiana, i giornali in questi giorni hanno fornito degli spunti interessanti che sono andati a risvegliare alcune riflessioni passate, lasciate finora riposare. Il ponte Morandi, così come tutte le opere pensate e sviluppate durante gli anni del boom economico, nei filmati di repertorio rappresentavano l'esplosione italiana, il risveglio dal lungo sonno rurale, l'inizio di un'epoca in cui finalmente anche il Bel Paese sarebbe stato all'altezza di tutti gli altri Paesi europei. Il simbolo di una modernità galoppante, dunque.

Eppure, alcuni tra i maggiori rappresentanti della letteratura italiana, quelli che all'epoca venivano definiti gli intellettuali, sembravano del tutto tetragoni a questo sviluppo, in cui leggevano i germi del degrado e dello spaesamento, dell'alienazione. Ricordo che in un mercatino di Napoli trovai un libriccino di Camillo Goito, fratello del più noto poeta scapigliato Arrigo, dal titolo generico Storie: mi colpì il titolo del primo racconto, Vade retro, Satana!, che parlava dell'industrializzazione di un piccolo borgo in Trentino e dipingeva, appunto, come satanica la forza modernizzatrice che mutava così rapidamente il profilo dell'Italia contadina.

Non fu da meno Carlo Emilio Gadda, che in Il tempo e le opere sottolineava il senso frenetico ed esaltato della follia modernizzatrice italiana, scrivendo: «La città si dilata: la città si estende. Gli urbanisti e i sociologi parlano di sviluppo della città, redigono grafici in ascesa scrivono incremento, sviluppo. Un certo senso compiaciuto, una speranza colorata di certezza, una solleticazione aritmetizzante, una disposizione emulatrice (nel sogno): arriveremo anche noi ai tre milioni di Parigi, ai quattro di Berlino, agli otto di Londra: e via via. Nelle acropoli e nei turriti municipi della provincia codesto civico solletico è addirittura frenesia anche gli elettori, i costruttori, gli ingegneri parlano e vivono incremento, sviluppo. Mi limito ad osservare che il concetto di limite economico, limite delle possibilità di edificazione e di manutenzione, non sembra essere tra i più connaturati ingredienti nello slancio vitale dei nostri.».

Gli fece compagnia Pier Paolo Pasolini, che nel sottolineare la purezza della vita del mondo antico esprimeva tutto lo smarrimento e la conseguente sfiducia che nasceva nello spirito delicato eppure forte di quell'Italia purgata e violentata dal Fascismo; mostrando anche una capacità mirabile di inchiesta (e di tolleranza all'isolamento intellettuale), Pasolini mostrò anche le ragioni fondate della propria atroce critica alla modernizzazione, che oggi troviamo trasformate (e in parte trasfigurate) nei discorsi del "NO!": NO-TAV, NO-TAP, perfino NO-Gronda, per tornare alla vicenda genovese.

Nostri contemporanei, per quanto molti non sarebbero d'accordo, sono cantanti come il fu Pino Daniele («Na' tazzulella e' cafè ca' sigaretta a coppa pè nun verè/s'aizano e' palazze fanno cose e' pazze ci girano c'avotano ci iengono e' tasse»), Caparezza («Palazzinari fieri, geometri, ingegneri e novizi iniziati con atti osceni/li si traveste da Val di Susa, e in una stanza chiusa se ne abusa penetrandoli coi treni») e il controverso filosofo Diego Fusaro.

La domanda è: dicendo "NO!" a tutto, che sviluppo possiamo immaginare? Perché questo "NO!", se siamo sinceri e onesti, ce lo abbiamo proprio dentro, noi italiani, e fa parte del nostro modo di rapportarci al cambiamento, pur convivendo insieme a uno degli spiriti imprenditoriali più forti del mondo, se consideriamo non solo che sono stati italiani i più celebri esploratori della Storia, ma che in mezzo a così tante difficoltà e vincoli strutturali anche un progetto di vita semplice come il mettere su famiglia si trasforma in un atto eroico.

Nel percorso di sviluppo, sostiene Erikson, una fase importante è costituita nella risoluzione del conflitto tra iniziativa e senso di colpa: la prima forza spinge a esplorare, andare avanti, cambiare, mentre la seconda a vivere gli insuccessi come dimostrazione del fatto che innovare significa peccare di hybris, sfidare le forze sovrannaturali, e quindi a rimanere fermi. Nei bambini la compresenza delle due forze è evidentissimo, così come sono evidenti i danni che derivano dal fatto che l'una sopraffaccia l'altra.

Non è chiaro come siano riusciti altri Paesi e altre culture a fondarsi sull'iniziativa e a risolvere il rapporto con il senso di colpa. Forse il problema italiano è la rapidità con cui è avvenuto il cambiamento, da un lato, e il bisogno di conservare una propria identità dall'altro, dato che non si è fatto in tempo a sentirsi compitamente italiani che si è visto mutare il proprio paesaggio in maniera irrevocabile. O forse è il fatto che, nella cultura italiana, vi è sempre stata una componente di senso di possesso e di appartenenza nei confronti del proprio territorio (una condizione che ha anche i suoi effetti deleteri), e che la trasformazione dello stesso non è certo avvenuta consultandolo. Oppure, ancora, è il fatto che il boom economico italiano è avvenuto all'insegna dell'oblio del limite, laddove, ricordiamolo, passaggi quali innovazione/senso di colpa non sono un bivio, piuttosto necessitano di una mediazione: per cui non è il cambiamento in sé ad aver generato sfiducia, ma è stato il cambiamento eccessivo, snaturante e illimitato ad aver perturbato le coscienze. 

Sicuramente una Politica che voglia risultare efficace deve essere in grado di trovare una buona mediazione tra le spinte innovatrici e quelle conservatrici che albergano in noi, anche se in compartimenti separati. Rimanere nella cultura del "NO!" (anche questo lo insegna la Psicologia dell'Età Evolutiva) significa bloccarsi a uno stadio primitivo dello sviluppo, una stasi che a lungo andare può trasformarsi in mancanza di autostima, o addirittura risultare patogena. Del resto, se il movimento NO-GLOBAL era inizialmente ispirato dal testo No-logo di Naomi Klein, oggi è la stessa autrice a scrivere che No is not enough, e forse è questa la direzione da prendere per ritrovare le coordinate di un'identità culturale italiana: una volta detto di "NO!" a questo sviluppo, quale strada desideriamo seguire?