NON È LA VARIAZIONE CONGIUNTURALE…

…a luglio di occupazione e disoccupazione (1) a dover far temere il rallentamento del Mercato del Lavoro (2), anche perché la lettura della salute dell'occupazione attraverso la conversione dei contratti temporanei in contratti stabili distorce la realtà (3). Piuttosto, sono le latenze di lungo periodo a costituire un problema: il mancato investimento nei ventenni (4), che porta a migrazioni di massa soprattutto dal Sud (5); la permanenza di modelli familiari che penalizzano il lavoro femminile (6), con gravi ricadute sull'economia (7); l'assenza di una politica integrata a favore della Formazione (8). 


Sir George Clausen - The furnace


(1) Una variazione negativa nella #tendenza mensile, ma ancora positiva in quella #annuale: i numeri del #mercato del #Lavoro fotografati da #ISTAT e #INPS. Spunti da ‬La Repubblica.

«E' invece risalito il tasso di disoccupazione: si è portato al 9,9%, in aumento di 0,1 punti percentuali rispetto a giugno (quando il calo del tasso dei senza-lavoro era dovuto alla contrazione della popolazione e non a un aumento degli occupati, ricordano da Intesa Sanpaolo). Le persone in cerca di lavoro a luglio sono cresciute di 28 mila unità su base mensile (+1,1%). I disoccupati in Italia si attestano così a 2 milioni e 566 mila. Tuttavia a confronto con luglio 2018 continua a registrarsi una diminuzione (-121 mila disoccupati).
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In crescita, lo scorso mese, è risultata anche la disoccupazione giovanile (15-24anni) con il tasso che si porta al 28,9% (+0,8 punti su giugno). Su base annua invece il valore continua a scendere (-2,7 punti).»

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(2) I numeri sull’#occupazione rivelano un #mercato del #Lavoro che starebbe rallentando. Gli effetti del #DecretoDignità vanno in direzioni opposte: aumento delle stabilizzazioni ma anche dei lavori stagionali. Spunti da Claudio Tucci su‬ Il Sole 24 Ore.

«Sull’occupazione pesa essenzialmente la frenata generalizzata dell’economia, e il riacursi dell’instabilità politica di questi giorni certo non aiuta. A calare sono in primis i rapporti stabili, -44mila, proprio a segnare la fase di incertezza degli operatori. Se non c'è prospettiva e fiducia le aziende sono caute.
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Il dato di luglio 2019 ha anche un valore simbolico. È un anno di vigenza del decreto dignità, che come noto ha introdotto una forte stretta sui contratti a termine e in somministrazione. Il provvedimento sta producendo due effetti, tirati per la giacca di volta in volta dalle forze politiche. Da un lato, le nuove regole stanno spingendo le stabilizzazioni dei rapporti precari, quelli di più lunga durata (per non disperdere le competenze formate). L’Inps, di mese in mese, evidenzia un picco di trasformazioni: +372mila nell'ultima rilevazione di giugno. L’altra faccia della medaglia del decreto dignità è però la caduta verticale di contratti a termine e in somministrazione, che sono tutelanti per i lavoratori, mentre stanno risalendo i rapporti precari con meno garanzie, ad esempio il lavoro intermittente.»

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(3) La lettura della salute del mercato del #lavoro attraverso i contratti a tempo indeterminato distorce la realtà e orienta male le #politiche. Spunti da Natale Forlani su Il Sussidiario.

«In effetti, il vero divario tra il nostro mercato del lavoro e quello degli altri paesi sviluppati non si riscontra nella percentuale dei lavori a termine, attestata sulla media europea del 16%, ma sul tasso di occupazione che diversamente è inferiore di 10 punti percentuali rispetto all’analoga media, per un volume equivalente di oltre 2,5 milioni di unità lavorative. Tutto ciò ha delle conseguenze evidenti. Le nostre politiche del lavoro, a prescindere dal colore politico dei governi, hanno investito decine di miliardi, circa 30 solo negli ultimi 5 anni, per incentivare le trasformazioni dei contratti a termine verso quelli a tempo indeterminato. Sottraendo di fatto risorse agli investimenti da dedicare all’occupabilità delle persone, a partire dalla qualità dei percorsi formativi e dei servizi di orientamento, e alla crescita delle imprese.
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Gli sgravi contributivi per le trasformazioni, possono congiunturalmente “drogare” la trasformazione dei contratti a termine verso quelli a tempo indeterminato. Ma è ampiamente dimostrato che non modificano in modo significativo il tasso di mobilità dei rapporti di lavoro, l’incidenza dei contratti a termine sul totale e la qualità effettiva dei rapporti di lavoro. In poche parole, i rapporti di lavoro vengono effettivamente attivati o dismessi in ragione dei fattori strutturali, non delle modifiche normative. Anzi, qualora queste norme risultino eccessivamente restrittive potrebbero persino compromettere la promozione di lavoro regolare.»

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(4) Uno dei caratteri più emblematici dei governi degli ultimi tempi è la miopia, ossia l’incapacità di vedere lontano. I ventenni di oggi sono il problema (politico, economico, sociale) di domani. Spunti da Giovanni Bitetto su The Vision.


«Secondo una recente ricerca, elaborata dall’università di Bologna seguendo i dati della Banca d’Italia, nel nostro Paese sono i sessantenni a detenere gran parte del reddito nazionale. Le statistiche ci dicono che i nati dopo il 1986 fanno parte della generazione che ha il reddito pro capite più basso, meno di 30mila euro annui. Segue la generazione nata fra 1966 e 1985, con circa 40mila euro l’anno di media. Le fasce di reddito più alto sono anche le più vecchie, i nati prima del 1945 e soprattutto i nati fra il 1946 e il 1965, compresi i baby boomers, che sono la fascia anagrafica più ricca della popolazione.
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I giovani d’oggi faticano ad affermarsi socialmente perché, consapevolmente o meno, girano a vuoto in una società in cui sembra impossibile migliorare la propria condizione economica. “La dignità che è indispensabile per un uomo in formazione”, scrive Siti, “si cerca altrove che nel lavoro; la catena socialmente consapevole che cinquant’anni fa appariva infrangibile, lavorare-essere pagati-pagare-comprare, è evaporata in una nebbia di delusioni e speranze in cui sembra che il denaro abbia perso la propria funzione di perno, in quanto collegato al lavoro”.»

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(5) Un saldo migratorio negativo tra #meridionali che emigrano e stranieri che entrano, e uno scenario macro-economico poco promettente: emerge un #Sud in grave difficoltà dal rapporto Svimez. Spunti da La Repubblica.


«Secondo le anticipazioni diffuse alla stampa, gli emigrati dal Sud tra il 2002 e il 2017 sono stati oltre 2 milioni, di cui 132.187 nel solo 2017. Di questi ultimi, si legge, "66.557 sono giovani (50,4%, di cui il 33% laureati)". Il saldo migratorio interno, al netto dei rientri, "è negativo per 852 mila unità - prosegue Svimez - Nel 2017 sono andati via 132 mila meridionali, con un saldo negativo di circa 70 mila unità". La ripresa dei flussi migratori è "la vera emergenza meridionale, che negli ultimi anni si è via via allargata anche al resto del Paese".
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Ma se ci sono questi flussi è anche perché l'ambiente economico sta tornando a scadere. "Nel progressivo rallentamento dell'economia italiana, si è riaperta la frattura territoriale che arriverà a segnare un andamento opposto tra le aree, facendo ripiombare il Sud nella recessione da cui troppo lentamente era uscito". Secondo lo Svimez, nel 2019 "l'Italia farà registrare una sostanziale stagnazione, con incremento lievissimo del Pil del +0,1%. Al Centro-Nord dovrebbe crescere poco, di appena lo +0,3%. Nel Mezzogiorno, invece, l'andamento previsto è del -0,3%".»

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(6) Il modello familiare #breadwinner (lui) e #carer (lei) produce #fragilità sociale ed economica. Spunti da Chiara Saraceno su Neodemos.


«Per le coppie senza figli conviventi prevale, anche se non è la maggioranza assoluta (45,9%), il modello in cui entrambi sono occupati a tempo pieno e solo nel 21% dei casi è occupato solo l’uomo. Nel restante numero di casi vi è una variegata combinazione di full time/part time, un 4,8% in cui è occupata solo la donna oltre a un 6,2% in cui nessuno dei due è occupato. Diversa la situazione delle coppie con figli. Un terzo (34,4%) è caratterizzato dal modello male breadwinner/female carer: solo l’uomo è occupato e la donna si occupa del lavoro familiare. Solo nel 28,6% dei casi sono occupati entrambi full time, mentre nel 19,1% lui è full time e lei è part time. C’è anche un 4,8% di casi in cui è solo la donna ad essere occupata, part time o full time.
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Questi dati aiutano anche a comprendere perché l’Italia sia uno dei paesi UE in cui è forte, ed è aumentata negli anni della crisi, l’incidenza di famiglie che sono povere pur avendo un componente che lavora. La povertà italiana, infatti, non solo è fortemente concentrata nel Mezzogiorno, dove è alta l’incidenza sia delle famiglie senza redditi da lavoro sia di famiglie monoreddito, ma è un fenomeno diffuso anche tra le famiglie di lavoratori. Nel 2017 si trovava in povertà assoluta il 12% circa delle famiglie con persona di riferimento operaio o assimilato, rispetto all’1,6% del 2008. L’aumento è stato notevole anche per le famiglie con persona di riferimento impiegata, che ora toccano il 6,6% rispetto all’1,1% del 2008 e in minor misura per quelle di lavoratori autonomi, passate dal 2,1 % al 4,5%.² Part time involontario, riduzione degli orari di lavoro, contratti a termine, oltre a salari spesso molto bassi, fanno sì che il lavoro non sempre riesca a proteggere dalla povertà, specie se è uno solo in famiglia ad averlo. Eppure queste condizioni sono in aumento, non solo tra i migranti, che costituiscono una grossa fetta di lavoratori, e famiglie, monoreddito poveri.»

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(7) La cultura ha un #costo, a volte anche molto salato. No, non si tratta del biglietto per la Scala, ma dei valori e delle norme che circolano in noi. Ecco, considerare le donne poco adatte al lavoro ci costa il 5.7% del PIL. Spunti da Francesco Cancellato su Linkiesta.


«Potremmo dirlo a prescindere dai dati, ma ce ne sono un paio, recentemente pubblicati dal Word Economic Forum nel suo annuale rapporto sul Global Gender Gap che meritano più di una riflessione: siamo infatti il primo paese al mondo - primo! - per quantità di donne che si iscrivono a percorsi di formazione terziaria, dall’università in su. Ma siamo 118esimi su 140 - peggiori in Europa, peggiori in Occidente - per partecipazione femminile alla vita economica del Paese. E, se vogliamo peggiorare ancora le cose, 126esimi per parità di trattamento economico.
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Nel Paese che cresce meno di tutto l’Occidente dovrebbero essere il primo punto all’ordine del giorno di un consiglio dei ministri o di tutte le tavole rotonde alla ricerca di magiche ricette per far ripartire l’Italia. Eccovela sotto il naso, fenomeni: mettere al lavoro la parte più istruita della popolazione. Sono i numeri che parlano: secondo l’agenzia europea Eurofound il costo complessivo per l’Italia della sottoutilizzazione del capitale umano femminile è pari a 88 miliardi di euro, cioè al 5,7% del Pil, il 23% di tutta la ricchezza persa in Europa a causa della discriminazione di genere.»

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(8) Non è il #lavoro la chiave per far muovere l’ascensore sociale, ma la #formazione. Spunti da Riccardo Luna su AGI.


«Il senso del reportage è che negli Stati Uniti un terzo dei lavoratori viene pagato circa 10 euro l’ora. E sono poveri, di fatto, pur svolgendo lavori duri tutto il giorno. Se i salari avessero seguito il vertiginoso aumento della produttività che c’è stato dal 1973 ad oggi, il minimo dovrebbe essere 18 euro. Ma non è andata così e quindi conclude il giornale, i lavoratori americani sono stati progressivamente esclusi dal profitto che hanno contribuito a generare.
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Se questa è la situazione, come dimostrano anche recenti ricerche scientifiche, la soluzione è una soltanto: investire in istruzione dalla primaria in su, aumentare la qualità delle nostre lauree e la quantità dei nostri laureati. Puntare tutto sulla scuola. Perché l’unica cosa che ci garantisce un futuro migliore è stare dalla parte fortunata della rivoluzione digitale, di quelli che programmano le macchine e i robot, di quelli che usano il software per dare più forze alle proprie idee e al proprio talento, non di quelli che prendono ordini da una app.»