IL RILANCIO POLITICO…

…del PD, del M5S e di Articolo 1 che ci si aspettava (1) non è avvenuto, il governo M5S-PD non riesce a decollare (2). Prevale il sospetto tra gli alleati (3), resosi evidente in occasione del dibattito sul taglio dei parlamentari e sulla legge elettorale, dove sostanzialmente non è riuscita a emergere una riflessione democratica organica (4) ma solo litigi interni e scarsa autocritica (5) che hanno immancabilmente condotto alla logica del rituale sacrificale (6) della Politica (7), di cui Salvini potrà approfittare (8). Non c’è più nulla che faccia scalpore della vita dei partiti, che sia l’uscita dal PD di un membro cruciale come Renzi (9) o i numerosi passaggi di gruppo in Parlamento (10), e questo comporta che nemmeno i successi possano essere recepiti dagli elettori come tali.

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(1) ‪La #partecipazione alla festa di #Articolo1 come cifra del rilancio politico, sia nazionale che territoriale. Spunti da Daniela Preziosi su ‬Il Manifesto.


«L’analisi resta la stessa. Il punto dunque non è quello che fa Renzi, ma quello che fa il Pd». Arturo Scotto, ex capogruppo di Sel e oggi coordinatore di Articolo 1, è alle prese con gli ultimi dettagli organizzativi della festa nazionale di Articolo 1 che inizia domani a Roma, alla Città dell’altra Economia. Quartiere Testaccio, «giallorosso come il governo».
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In pochi ci credevano. Invece è successo. «Anzi adesso possiamo addirittura immaginare alleanze nei territori, a partire alle regionali», ragiona Scotto con legittima soddisfazione. «Certo, serve discontinuità rispetto al governo M5S-Lega. Ma anche rispetto agli ultimi governi del Pd».»


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(2) ‪L’esperienza del #Governo #M5SPD non decolla, i #sondaggi descrivono una stagnazione dei #consensi per tutti i #partiti tranne #FdI, che drena da #ForzaItalia. Spunti da Paolo Natale su Gli Stati Generali.


«Le profezie di fine estate paiono venir mantenute: molti commentatori avevano sottolineato che, al di là della paura del Salvini pigliatutto, un accordo Pd-M5s non sarebbe riuscito a dare smalto ai consensi per queste due forze politiche, e che il cammino del nuovo governo avrebbe visto giorni piuttosto difficoltosi. Si è aggiunta poi una difficoltà ulteriore, con il ruolo da battitore libero che si è preso Matteo Renzi con la sua uscita dal suo partito e la nascita di Italia Viva.
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Per i due alleati di governo, invece, anche la recente manovra economica, con il suo complicato parto dell’ultima ora, ne ha ulteriormente danneggiato la propria forza elettorale, che rischia di avvicinarsi pericolosamente al livello più basso di quest’ultimo anno. Ciò che manca al Conte-bis, secondo molti italiani, è l’elaborazione e l’esplicitazione di un progetto complessivo che possa condurre il paese in direzione di un avvenire migliore, fuori dalle secche di una stagnazione economica e sociale. E la speranza di un Italia più solida e giusta sarà l’unica ricetta che potrà rialzare il livello dei consensi dei partiti dell’attuale maggioranza.»


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(3) L’intreccio di #strategie divergenti porta da un lato paralisi e sospetto nella #maggioranza giallo-rossa (soprattutto per l’ambiguità di #Renzi), dall’altra non è chiaro come dopo la manifestazione a  #Roma si configurerà la #Destra. Spunti da Francesco Giorgino su La Gazzetta del Mezzogiorno. ‬


«Renzi non‪ ha interesse a far cadere il governo perché sa che se si andasse ad elezioni anticipate per il suo “Italia Viva” la strada sarebbe in salita, visto che siamo solo alla fase iniziale del ciclo di vita di questo nuovo soggetto politico. Egli ha voglia, però, di proporsi come alternativa al Pd, e anche se non lo ammette, prova a marcare ad uomo (forse anche a logorare) il premier, non a caso ritenuto l’artefice dell’asse privilegiato con il segretario dei Democratici Zingaretti. Si tratta dello stesso argomento che induce Di Maio ad assumere una postura guardinga e sospettosa, a non dare nulla per scontato nemmeno nel rapporto con Palazzo Chigi, sia per non indebolire il proprio ruolo di capo politico del Movimento in una fase in cui non mancano le fibrillazioni interne, sia in vista delle prossime elezioni regionali che, al netto delle dichiarazioni ufficiali, rappresentano per tutti i partiti un test di grande importanza. La competizione con Conte ormai non è più un mistero.
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Se è vero che in Piazza San Giovanni è andata in scena l’unità del centrodestra, non è ancora chiaro il modello al quale si sta lavorando. Alcune domande agevolano l’analisi. Riconosciuta la leadership di Salvini, come si svilupperà il rapporto tra il leader della Lega e Giorgia Meloni, la quale preferirebbe un ruolo da comprimaria? Il collante tra i due leader continuerà ad essere il sovranismo o si individueranno altre narrazioni? Quanto questa impostazione è compatibile con la necessità, avvertita dai più, di imprimere alla Lega una svolta più moderata, svolta di cui lo stesso Salvini sembra essersi fatto portavoce a partire dalle dichiarazioni sull’Europa rese al Foglio una decina di giorni fa? C’è poi il nodo Forza Italia, la cui strategia non appare né del tutto chiara, né del tutto lineare, atteso che dalle sue fila arrivano ripetuti segnali d’attenzione nei confronti di Renzi e dello stesso Conte. Al premier, tra l’altro, potrebbe non dispiacere la costituzione di una quinta gamba della coalizione (i cosiddetti responsabili), anche solo con l’intento di provare a neutralizzare il senatore di Rignano e quella che dai sostenitori di quest’ultimo viene definita “influenza condizionante”.»


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(4) ‪La mancanza di un orientamento chiaro nel #PD circa la #legge elettorale potrebbe portare a una correzione dell’attuale #Rosatellum per il numero di #parlamentari. Spunti da Mario Lavia su ‬Linkiesta.


«Difficile sostenere che una riforma dei regolamenti parlamentari possa bilanciare una modifica costituzionale che intacca la rappresentatività. E l’annunciata volontà di varare una nuova legge elettorale è il solito buco nero della politica italiana. Il Pd ci ragiona da qualche tempo senza cavare un ragno dal buco, intrappolato da calcoli che non tornano. Doppio turno, proporzionale con sbarramento, simil-Rosatellum... Ognuno dice la sua.
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Un quadro complicatissimo il cui esito non improbabile potrebbe essere la sopravvivenza dell’attuale Rosatellum corretto per via della riduzione del numero dei parlamentari. La grande paura, insomma, è di aver dato a Di Maio molto di più di quanto Di Maio possa dare al Pd. Uno scambio ineguale. Totalmente al buio. E al buio si va a sbattere.»


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(5) ‪‪Nel #MatteovsMatteo di #PortaaPorta risalta la difficoltà di #Salvini e #Renzi di fare autocritica, nonché un’asimmetria nella conoscenza delle istituzioni e della base, rispettivamente. Spunti da Maria Cristina Antonucci su ‬Formiche.


«I due Matteo restano accomunati dalla sostanziale mancanza di autocritica – una vera risorsa in politica per non commettere di nuovo gli errori compiuti nel passato – e da una dialettica tutto sommato speculare
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Insomma, se Salvini ha frequentato troppo la base elettorale degli italiani in vacanza per sagre, Renzi sembra aver passato troppo tempo in sale di attesa di aeroporti internazionali mentre si recava a conferenze globali; verrebbe quasi da consigliare loro di invertire i ruoli, per accrescere la rispettiva conoscenza della pancia votante del paese (Renzi) e del complesso sistema di regole e precetti per la guida di uno Stato del G20 (Salvini).»


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(6) Il taglio dei #Parlamentari comporterà, oltre che a un problema di #rappresentanza, a un calo delle #commissioni. Spunti da Giovanni Innamorati su‬ Ytali.


«La crisi del Papeete, che ad agosto ha portato alla fine del governo Conte e alla nascita del Conte 2, sostenuto da una maggioranza diversa, ha portato anche ad un radicale ripensamento dei partiti di centrosinistra che prima si erano opposti alla riforma e, dopo la nascita del governo, l’hanno votata. Questa inversione ad U è stata plastica, perché al Senato la riforma è stata sì approvata l’11 luglio, ma senza il quorum dei due terzi necessario per evitare il referendum confermativo, mentre alla Camera essa ha avuto un appoggio “bulgaro”, con 553 sì, soli 14 no e due astenuti, ai quali però vanno aggiunti 47 deputati e deputate che non hanno preso parte al voto in dissenso dai rispettivi gruppi.
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Il Presidente della Camera, Roberto Fico, giovedì 2 ottobre, ha convocato la Giunta per il regolamento invitandola a cominciare a lavorare a una riforma del regolamento in vista dell’entrata in vigore del taglio dei parlamentari nella prossima legislatura. Ebbene, ha osservato che occorrerà accorpare le 14 commissioni permanenti, per consentire che esse abbiano un numero congruo di deputati e che anche i gruppi con meno deputati siano presenti in tutte. Quindi i deputati dovranno occuparsi di una platea di materie ancora più ampia di quella odierna, accentuando quindi la dipendenza dai tecnici di cui parlavo. In Senato la situazione sarà penosa, anche da un punto di vista umano.»


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(7) ‪La situazione #politica attuale vista da #Formica, un dinosauro della prima #Repubblica. Spunti da Alberto Ferrigolo su ‬AGI.


«”Per ora il Conte bis è come l’aspirina è servito ad abbassare la febbre, il che è un fatto positivo. Ma ha dei limiti”. Quali? “È diretto da un avvocato”. Il quale, secondo Formica, “proprio per indirizzo culturale e professionale, ha il compito di difendere il proprio cliente. Finora ha difeso bene il cliente ‘governo’. Ma è un segno della crisi: quando si chiamano gli avvocati significa che c’è da proteggere una posizione precaria. La politica non ha bisogno di avvocati, ma di condottieri, pensatori, guerrieri, lottatori.
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La crisi, poi aggiunge, “ha radici molto più profonde di Salvini” ed è “il continuo deperire dei corpi organizzati della democrazia”. E il male è alla radice, “non in un settore, un partito o un singolo personaggio”. Pertanto, “Salvini magari potrà pure essere accantonato” poi però “rimarrà il salvinismo della destra italiana”.  E Formica teme, piuttosto, “che la disgregazione dei corpi, della trama organizzata della democrazia italiana, rischi di aprire le porte a soluzioni autoritarie”.»


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(8) ‪Due personaggi, #Salvini e #Johnson, accomunati dal tentativo di scavalcare le regole e i processi della #democrazia, con esiti simili. Spunti da Mario Giro su ‬Globalist.


«Il cuore della nostra democrazia è dunque il Parlamento, con le sue regole e le sue procedure. E difatti sono i parlamenti a dover resistere alle tentazioni di scavalcare il sistema dei pesi e contrappesi: non sono né “aule sorde e grigie” né un raduno di “poltronari”. Ciò è avvenuto ora in Italia e in Gran Bretagna: in entrambi i casi i parlamenti hanno difeso le loro prerogative e hanno vinto. Conosciamo la nostra vicenda. A Londra si era creata una simile situazione quando il neo premier Boris Johnson è andato a caccia di pieni poteri mettendo fuori gioco l’aula di Westminster, addirittura mediante la sua chiusura. La posta in gioco è la Brexit. Il risultato è stato che il parlamento inglese ha respinto il “no deal” e imposto la ripresa il negoziato con la UE, mentre il partito conservatore ha perso la maggioranza. Comunque la si pensi sull’argomento, Johnson ha tentato di travalicare le prerogative del più antico parlamento del mondo e la sta pagando cara, così come Salvini è stato estromesso dal governo per una ragione simile. 
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Nessun leader, fosse il più potente o il più votato, può da solo arrogarsi il diritto di decidere per tutti. C’è il parlamento per questo: sarà più lento, sarà meno efficace ma qui non si tratta di funzionalità o di efficienza, si tratta di democrazia. E non basta appellarsi ai sondaggi: significherebbe denigrare le elezioni stesse e curvare pericolosamente verso un regime plebiscitario. Dobbiamo altresì dismettere la fissazione per: “la sera delle elezioni si deve capire chi governa”. Nessun sistema elettorale darà mai un risultato certo su tale punto. Anche perché “governo” è fatto complesso, con numerosi livelli, funzioni  e processi.»


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(9) ‪Non crea onde d’urto distruttive sull’#opinione pubblica l’uscita di #Renzi dal #PD, prevale una tendenza conservativa sul valutare la forza della #maggioranza attuale. Spunti da ‬La Repubblica.


«La settimana scorsa lo stesso sondaggio dava la Lega sempre  primo partito con il 33,3 per cento dei consensi, seguita dal Pd al 23 per cento. Poi c'era il Movimento Cinque Stelle con il 19,7 per cento delle preferenze, Forza Italia al 7,8 per cento, Fratelli d'Italia con il 7 per cento. Più Europa al al 2,6, La Sinistra all'1,8 per cento. Sommando i voti dei due raggruppamenti il centrodestra arrivava il 48,1 per cento, contro il 47,1 per cento del centrosinistra più M5S. Un solo punto di differenza. Oggi i numeri dicono che il centrodestra avrebbe il 47,4 per cento dei consensi, mentre il Csx più il M5S arriverebbe al 46,3 per cento.
[…]
A pensare che la scissione non avrà effetti sull'esecutivo è la stessa percentuale, il 45 per cento, del totale degli elettori. Che  la scissione indebolirà il Conte bis lo pensa il 37 per cento del totale degl elettori. Per il 70 per cento degli elettori del Movimento 5 stelle non cambierà nulla, mentre per il 12 per cento il governo sarà meno forte. Il  50 per cento degli elettori della Lega pensa che l'esecutivo sarà meno forte, per il 34 per cento non cambierà nulla.»


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(10) ‪Salgono a 35 i passaggi di gruppo in #Parlamento, che segnano un cambio di rotta rispetto al #Governo precedente. Spunti da ‬Openpolis.


«Con l’avvio della XVIII legislatura, e del governo giallo-verde guidato da Giuseppe Conte, il fenomeno dei cambi di gruppo ha avuto un forte ridimensionamento. Fino alle dimissioni presentate dal presidente del consiglio lo scorso 20 agosto i cambi di gruppo erano stati solamente 28. Nelle ultime settimane appena passate però il dato è salito a 35. Parliamo di cifre ben lontane da quelle fatte registrare nelle legislature precedenti, ma il cambio di passo appare evidente.
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Insomma l'alto numero di cambi di gruppo fu causato da una vera e propria crisi del sistema partitico italiano, con la continua nascita di nuovi soggetti politici, che rivoluzionarono completamente lo scenario parlamentare del paese rispetto alle elezioni politiche. Con l'avvio dell'attuale legislatura le cose sembravano cambiate, e il basso numero di cambi di gruppo per molti mesi ha dimostrato quanto il sistema partitico dato dai nuovi equilibri parlamentari stesse reggendo. La scissione di Toti da Forza Italia con il lancio di Cambiamo!, la rottura di Siamo Europei, e forse di Renzi, con il Partito democratico, e le ricorrenti voci di dissenso interno al Movimento 5 stelle di fatto segnano un cambio di tendenza.»