GLI EQUILIBRI DELL’OCCIDENTE…

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…appaiono fortemente mutati nell’ultimo secolo, a cominciare dall’Europa: se nel secondo dopoguerra appariva egemone, seppur con grandi disparità interne tra vincitori e vinti (1), nella forma contemporanea dell’UE rischia di scomparire sul piano geopolitico per via di quelle stesse divisioni, come dimostra la debolezza e l’individualismo delle posizioni assunte rispetto alle crisi libica e iraniana (2). Sotto la guida di Trump, intanto, gli Stati Uniti riconquistano l’immagine di player più forte nel definire l’ordine mondiale, una conquista ottenuta tramite un mixage di isolazionismo e guerre commerciali da un lato (3), uso della forza e della ritorsione dall’altro (4). Con Russia (5) e Cina si mantengono relazioni triangolari in grado di conservare quella stabilità tesa, un posizionamento che consenta a ciascuno di mantenere la propria posizione a livello mondiale (6) senza eccedere nelle interferenze. Per quanto riguarda l’Italia, già in occasione del Russiagate si era vista la reattività dello staff di Trump di fronte all’ipotesi di nuove alleanze rispetto a quelle consolidate dalla NATO (7), e anche in relazione alle crisi in area MENA si evidenzia il permanere di un ruolo utile, ma non sempre dignitoso, ossia quello di portaerei nel Mediterraneo (8).


(1) L’ordine stabilito durante le due Guerre Mondiali e consolidato dall’#ONU sarebbe all’origine delle attuali #migrazioni dall’#Africa subsahariana. Spunti da Riccardo Paradisi su Linkiesta.


«L’ordine che Wilson dopo la prima guerra mondiale volle dare al mondo torna a generare terremoti, certo. Vede: nella sua idea di ricostruire l’Europa e d’impostare il mondo secondo un ordine democratico Wilson partiva dal principio dell’autodeterminazione dei popoli. Principio sacrosanto, in astratto: peccato però che Wilson concepisse l’autodeterminazione dei popoli a modo suo e a scapito dei vinti della guerra mondiale. E così carte alla mano si mise a disegnare una geografia politica del mondo nuova, creando aggruppamenti artificiali e strumentali alla politica dei vincitori.
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Nel 1948 l’organizzazione delle nazioni unite diventa un parlamento mondiale ma in questa assemblea internazionale, dove in teoria sono tutti uguali, ma c’è qualcuno che è più uguale di qualcun altro. Le nazioni unite sono sorvegliate dalle cinque potenze mondiali, unici membri permanenti, dotati di diritto di “veto”, del Consiglio di Sicurezza: le quattro vincitrici della seconda guerra mondiale più la Cina. Ciascuna delle quali ha appunto in mano uno strumento molto semplice per dirigere la politica del mondo: il diritto di veto sull’attuazione delle risoluzioni dell’ONU.»


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(2) ‪L’invito a #Teheran ad applicare l’accordo sul nucleare giunge da #Francia, #UK e #Germania, non dall’#UE. Spunti da ‬Il Sole 24 Ore.


«I leader di Germania, Francia e Gran Bretagna hanno chiesto all’Iran di tornare ad applicare pienamente l’accordo sul nucleare del 2015, dopo l’annuncio di Teheran che non rispetterà più i limiti all’arricchimento dell'uranio. «Chiediamo all’Iran di ritirare tutte le misure che non sono in linea con l'intesa sul nucleare», affermano in una dichiarazione congiunta la cancelliera Angela Mekel, il presidente Emmanuel Macron e il premier Boris Johnson.»


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(3) ‪ ‪Il senso stesso del #G7 viene messo in discussione, durante questa edizione francese all’insegna delle #diversità. Spunti da Matteo Villa e Antonio Villafranca su‬ ISPI.


«Come a ogni summit dall’elezione di Donald Trump, anche quello di quest’anno ripropone un G7 spaccato: un vertice che non a caso è stato anche definito un “G6 + 1”. Sin dalla creazione del G7 negli anni Settanta, pur con diverse sfumature i leader delle sette democrazie a capitalismo avanzato si sono sempre schierati a favore dell’ordine internazionale multilaterale e, in particolare, a difesa del libero commercio. Ma l’arrivo di un presidente americano che utilizza la minaccia e l’imposizione unilaterale di nuovi dazi come strumento di politica internazionale, e che non nasconde di preferire un’impostazione più protezionista, ha costretto i partecipanti al summit a correre ai ripari.
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Per il 2019, la presidenza francese del vertice ha scelto come sua priorità la lotta alle disuguaglianze. Un tema non solo molto sentito, ma che teoricamente bene si coniuga con alcuni degli obiettivi politici prioritari dei governi dei 7 paesi partecipanti. Innanzitutto perché proprio il possibile effetto che la globalizzazione sembra avere avuto sull’amplificarsi delle disuguaglianze all’interno dei singoli paesi è un tema di assoluta importanza, ed è corretto tentare di affrontarlo al livello di capi di stato e di governo delle maggiori democrazie a economia avanzata. In secondo luogo perché, se il summit ambisce a funzionare come “camera di compensazione” che permetta ai leader dei 7 paesi di raggiungere una posizione unitaria in vista delle discussioni al G20, proprio le disuguaglianze sarebbero uno di quei temi cruciali e facilmente suscettibili di essere portato all’attenzione di tutti i leader del mondo. Tuttavia le distanze tra i paesi membri sugli altri temi in agenda, e la diversità tra le ricette proposte da ciascuno di essi per porre un freno o invertire il trend verso maggiori disuguaglianze, non rendono probabile che dal vertice possa emergere una risposta unitaria e di rilievo.»


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(4) ‪Il paradigma contemporaneo dell’equilibrio mondiale si fonda sulla #faida, di cui l’azione di #Trump e le reazioni dell’#Iran sono una rappresentazione plastica. Spunti da Fabio Armao su MicroMega.


«L’azione compiuta dall’amministrazione Trump e la vendetta promessa dal regime iraniano sono la dimostrazione che a quel tipo di guerra giocata ogni giorno sulla pelle dei civili corrisponde una politica delle élite che rispecchia sempre più i criteri della faida. La faida permanente, potremmo dire, costituisce il contraltare della guerra civile globale permanente. 
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Nel nuovo millennio, a giudicare dalle cronache, l’afflato epimeteico si sta diffondendo come un’epidemia tra le leadership occidentali, non ultima quella italiana. Ma Trump, se non altro per il ruolo che interpreta, rappresenta la più autentica incarnazione di Epimeteo e, come il titano del mito, potrebbe essere indotto dalla sua stoltezza ad aprire il vaso contenente tutti i mali dell’umanità. Possiamo soltanto augurarci che esista, nel mondo, anche una Pandora in grado di richiudere quel vaso prima che sfugga anche la speranza.»


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(5) L’incontro a #Helsinki tra #Trump e #Putin ha sancito un equilibrio che vede #US e #Russia alleate, con gli #US contro l’#Europa. Solo la dimensione del dissenso interno tra i #repubblicani potrà stemperare la forza di questo nuovo asse. Spunti da Christian Rocca su RivistaStudio.


«Visto dagli Stati Uniti, da destra come da sinistra, dai repubblicani come dai democratici, il giudizio sull’incontro di Helsinki tra il presidente americano Donald Trump e quello russo Vladimir Putin è unanime: è stato un disastro, ma forse il termine giusto è «capitolazione». La capitolazione dell’America di fronte al leader di Mosca. Non si era mai visto un Commander in Chief americano difendere in mondovisione il suo avversario storico e criticare il suo stesso apparato di intelligence, che da un paio d’anni è convinto che dal Cremlino è partito un attacco alla democrazia americana culminato nell’elezione di Trump nel 2016. Trump ha negato che Putin abbia interferito nel processo elettorale americano, «non vedo perché avrebbe dovuto» ha detto davanti agli attoniti cronisti, e ha aggiunto che la Russia non è un avversario degli Stati Uniti, al contrario dell’Unione europea.
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James Fallows, decano degli analisti di politica internazionale e profondo conoscitore delle dinamiche presidenziali che guidano le strategie della Casa Bianca, sull’Atlantic ha scritto che «ci sono soltanto due spiegazioni possibili per il vergognoso comportamento davanti al mondo del presidente americano: o Donald Trump è senza mezzi termini un agente di interessi russi, forse consapevole, forse inconsapevole, per paura di un ricatto, nella speranza di affari futuri, per rispetto nei confronti di Vladimir Putin, per riconoscenza per l’aiuto russo durante le elezioni, per patetica incapacità di guardare oltre i suoi 306 voti dei grandi elettori, ma qualunque sia l’esatta misura di queste motivazioni in realtà non è importante. Oppure è così profondamente ignorante, insicuro e narcisista da non capire che sta portando avanti la strategia che Putin sperava portasse avanti, quella che le agenzie di intelligence, ovvero quella che gli apparati militari e le forze dell’ordine americane maggiormente temevano. Uno strumento consapevole o un utile idiota. Queste sono le possibilità, anche se potrebbero essere entrambe vere e la questione principale potrebbe essere quella delle proporzioni tra le due».»


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(6) Dal 2002 gli equilibri sono rimasti invariati: il #triangolo #Russia-#Cina-#USA regola i rapporti a livello internazionale. Spunti da Limes.


«Washington, Mosca e Pechino saranno i tre principali centri politici e militari del sistema internazionale nei primi decenni di questo secolo. Se il Giappone riacquistasse slancio, l’India s’irrobustisse e l’Unione Europea dimostrasse una maggior coesione, il triangolo potrebbe allargarsi. Ma per il momento, i rapporti fra Usa, Cina e Russia restano d’importanza chiave. E da questo «triangolo strategico» dipenderà, ancora per molto tempo, la possibilità di evitare grandi conflitti nel mondo.»


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(7) ‪Sulla visita di #Pompeo in #Italia grava l’ombra dell’incontro segreto ad agosto tra William Barr e i Servizi Segreti Italiani. Spunti da Angela Mauro su ‬Huffington Post.


«Lo stesso Trump ha accusato i servizi “italiano, britannico, australiano, ucraino” in un’intervista a Fox news prima dell’estate. Ebbene, le rivelazioni di oggi parlano proprio di una scelta deliberata di mandare Barr in missione in Italia, in incognito evidentemente, per raccogliere prove sull’attivismo degli 007 del Belpaese contro l’inquilino della Casa Bianca, in combutta con i Dem americani. Naturalmente, è anche possibile che invece l’Attorney general sia stato mandato a cercare prove per costruire la difesa di Trump nel Russiagate. Secondo il Washington Post, Barr avrebbe chiesto ai funzionari italiani di fornire il massimo supporto al procuratore John Durham, incaricato di indagare sull’origine ‘torbida’ del Russiagate. Lo aveva già fatto a Londra, anche lì alla richiesta di aiuto agli 007 di Sua maestà per difendere Trump. Lo stesso obiettivo per cui il presidente Usa avrebbe sentito anche il premier australiano Scott Morrison, dato che l’indagine sulla campagna del tycoon cominciò con una dritta all’Fbi da parte di un diplomatico australiano.»


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(8) ‪In quanto portaerei nel #Mediterraneo, l’#Italia per la #NATO potrebbe tornare a giocare un ruolo importante nella #crisi in #Iran, in funzione filo-#Trump. Spunti da Giuseppe Gagliano su ‬Start Magazine.


«Se il nostro paese durante la Cold War doveva solo servire a ritardare e contenere una eventuale offensiva sovietica, i mutati scenari hanno trasformato l’Italia in una portaerei terrestre determinate per la politica di proiezione di potenza americana. Sia sufficiente pensare all’operazione Allied Force in Kosovo contro la Jugoslavia per avere un quadro chiaro del ruolo e dell’importanza delle infrastrutture militati Nato/USA sul nostro territorio.
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In definitiva la centralità del nostro paese per la Nato dipende dal fatto che il fianco sud della Nato costituisce uno snodo fondamentale sia perché ci sono più di 40 nazioni che circondano l’area sia perché il 90% del commercio della Grecia e della Turchia e il 70% di quello italiano passa attraverso circa duemila navi mercantili che attraversano le rotte del Mediterraneo. Inoltre, tutte le importazioni di petrolio dal Medio Oriente della Grecia e dell’Italia, e circa la metà di quelle di Francia, Germania e Spagna, passano per le medesime rotte.»