ITALIANI, POPOLO DEL SELF-BLAMING

Sono tanti i pezzetti di questa mostruosa e grandiosa esperienza, di questa avventura collettiva che ci vede tutti sparpagliati, ciascuno in un proprio punto solitario, a cercare un senso. È difficile raccoglierli tutti, perché la pandemia li ha fatti esplodere lontano; è ancora più difficile il lavoro di ricomposizione, perché non sempre si arriva, nel mettere insieme le tessere, a una visione organica e coerente. Meglio procedere per singole stanze argomentative, prendendo spunto dall'agenda sociale (o, meglio, social) dei temi ritenuti più importanti.

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Gli Italiani sono indisciplinati per natura

L'espressione, un po' infelice, è estrapolata da un'intervista a Piero Angela, in cui il noto divulgatore ribadisce alcuni fortissimi stereotipi sugli Italiani alla luce del comportamento tenuto di fronte all'emergenza sanitaria: se gli Italiani fanno jogging, fanno la spesa quotidianamente, insomma, se gli Italiani infrangono le regole è perché sono indisciplinati. Come mai si tratta di una spiegazione di cattiva qualità?

Nel 1964, in un quartiere residenziale di New York, viene assassinata davanti a diversi testimoni la giovane Kitty Genovese. Il fatto divenne un caso giornalistico per diverso tempo, furono interpellati numerosi intellettuali per commentare l'accaduto, e quasi sempre le spiegazioni chiamavano in causa un concetto sociologico, l'anomia, che indica la condizione in cui le persone non hanno interiorizzato norme sociali di comportamento. Due psicologi sociali, Bibb Latané e John Darley, non si accontentarono di questa interpretazione, e portarono avanti un programma di ricerca che li portò a pubblicare nel 1970 il volume The Unresponsive Bystander: Why Doesn't He Help? In quell'avverbio, "why", è racchiuso il senso del loro lavoro: perché spiegare un fenomeno vuol dire rivelarne le pieghe, scomporlo, insomma scombinarlo un po', mentre invece dire "Nessuno ha aiutato perché non esistono più norme morali interiorizzate" non spiega nulla, non affonda nel fenomeno, bensì è equivalente a dire "La Terra gira perché ruota su se stessa". E infatti, i due autori addentrandosi nelle pieghe del fenomeno, arrivano a identificare ben sei fattori capaci di spiegare perché, in situazioni di pericolo, a volte le persone intervengono e a volte no per aiutare gli altri.

L'espressione di Piero Angela, dunque, non è scientifica, ma è uno stereotipo. Gli Italiani non seguono le regole perché sono indisciplinati, ma vale anche che gli Italiani sono indisciplinati perché non seguono le regole, insomma: i due termini dell'espressione sono assolutamente piani, equivalenti, sinonimici, mentre la Scienza spinge sempre per andare oltre l'apparenza. Sia chiaro: il problema non è Piero Angela in quanto portatore di stereotipi e pregiudizi, ma chi lo interroga ritenendo che una voce autorevole equivalga alla correttezza scientifica indipendentemente dal grado di competenza che si ha sull'argomento.

Un cane alla fine del mondo

Se non fossimo nel bel mezzo di una crisi sanitaria epocale, il fatto in sé suonerebbe ridicolo: nella Bergamasca è stato fermato un uomo a passeggio con il proprio cane, a circa 30 chilometri di distanza da casa. Chiaramente siamo di fronte a un caso evidente di devianza, ma la domanda interessante è cosa porti le persone a comportarsi così, ossia un quesito a livello di, come scritto su Nature, scienze comportamentali. Il tema è: la relazione degli esseri umani con le norme giuridiche e la relazione tra norme giuridiche e norme sociali.

Cominciando dall'ultimo punto, le norme giuridiche si distinguono dalle norme sociali principalmente per la fonte: il legislatore nel primo caso, la società stessa nel secondo, e non sempre i due livelli coincidono, come ci insegna la storia tragica di Antigone. Per un Paese dal passato frammentato, in cui si è cercato di integrare territori e culture diversissimi tra loro, e in cui la ribellione alla norma giuridica, in difesa della norma sociale, ha giocato un ruolo importantissimo per la sua stessa emancipazione e liberazione, il tema delle norme risulta forse, quantomeno, complesso. I continui battibecchi tra istituzioni locali (Comuni e Regioni) e centrali (il Governo), ricalca sì le normali dinamiche della Politica, ma anche, in parte, il fatto che è davvero difficile trovare norme giuridiche comuni per un Paese così fortemente radicato nelle proprie specificità territoriali e culturali. E non è strano pensare che, in un contesto del genere, una norma giuridica, prima di fare effetto, debba tramutarsi in norma sociale, e che in questo passaggio ogni categoria sociale (o gruppo sociologico) esprima una propria peculiarità.

Per cui, non è detto che una norma giuridica abbia valore in sé di norma sociale o norma di comportamento, se prima non ci si è confrontati e non se ne è discusso, che vuol dire che molto probabilmente l'esito non sarà un comportamento totalmente allineato, un comportamento che esprime il modo in cui io, soggetto, interpreto la norma giuridica in funzione anche della mia identità. Inoltre, bisogna anche sottolineare il fatto che, quando si è sotto pressione, diventa più difficile rispettare i confini al comportamento imposti dalle regole, e che diventano più diffusi fenomeni di devianza palese come quella del padrone del cane della Bergamasca.

Perché ci vogliamo male?

Le immagini dei supermercati presi d'assalto, quelle dei treni affollati di giovani che tornavano a casa al Sud, ci hanno fatto davvero pensare di essere un popolo di incivili ed egoisti. Poi, però, sono arrivate le immagini da Madrid, dove la notizia dell'imminente lockdown ha spinto molti a prendere il treno e a ricongiungersi ai propri cari, e da Berlino, dove i supermercati sono stati letteralmente svuotati (anche delle penne lisce). E a Wuhan? Sono circolate sui social media i filmati della disperazione di chi era costretto alla quarantena. Insomma: si è assistito ovunque a un comportamento che altro non è stato che la reazione a una forma di panico, quindi a  un fenomeno del tutto umano, che non trova radici nell'inciviltà italiana, nel sangue caliente spagnolo o nell'algido spirito teutonico, ma solo nelle nostre emozioni basilari.

Come mai, però, siamo stati così pronti a infamarci come popolo? La risposta è suggerita in parte dal capitolo conclusivo dell'ultimo libro di Nando Pagnoncelli, La Penisola che non c'è, in cui si sottolinea quanto lontana sia la percezione degli Italiani dalla realtà: non c'è consapevolezza del fatto che l'Italia sia una delle prime otto economie mondiali, che sia una delle più grandi esportatrici nel mercato manifatturiero, che sia uno dei Paesi più longevi del mondo; si pensa, piuttosto, che siamo un Paese sotto assedio da parte dei migranti, con gravi problemi di salute e un sistema economico sull'orlo del collasso. E questa percezione, se vediamo i dati dell'ultimo rapporto del Censis sulla situazione sociale del Paese, si trasforma in una diffusa rabbia sociale, nella sensazione di essere stati spinti sull'orlo della povertà assoluta, di essere vittime di un grosso tradimento e, di conseguenza, nell'odio nei confronti delle élite di ogni tipo, intellettuali, economiche, poco importa.

Parlando di identità sociale, gli psicologi sociali Henry Tajfel e John Turner si riferivano a una parte del concetto di sé che deriva dalla consapevolezza di appartenere a un gruppo sociale, unitamente al significato emotivo associato a questa appartenenza: per esempio, far parte di una minoranza etnica discriminata comporta che una parte della nostra identità si costruisca con un vulnus originario, cui si può far fronte, certo, compensando, ma che rimane come tratto caratteristico. Proviamo a pensare all'Italia come a quel figlio problematico, quello che ha davvero un grande talento, ma si rifiuta di ammetterlo, perché non vuole in alcun modo sentirsi come gli altri suoi fratelli; ecco, non è difficile immaginarlo compiere atti devianti, mostrarsi intollerante a ogni regola, che sentirà sempre come una minaccia alla propria integrità, e allo stesso tempo esibire una postura da spaccone; tutte variazioni infinite attorno a un triste tema centrale, cioè una profonda fragilità narcisistica.

Un'umanità più unita? 

In un bell'articolo pubblicato su InMind, Simona Sacchi sostiene che grazie al virus è possibile che inizieremo a pensarci come membri di una stessa categoria, l'umanità, con grande beneficio per le relazioni altruistiche e per l'empatia. Tuttavia, sembra che le relazioni internazionali tendano a prevalere sempre su questa possibilità psicologica, e che quindi vinca la via del sospetto. Si consideri, per esempio, che dopo l'aiuto arrivato dalla Cina nella forma di un'équipe medica esperta e di strumentazione medica preziosissima in quest'emergenza, non sono tardate le risposte di chi ha visto in questo aiuto il tentativo di una forte ingerenza, e la stessa stampa cinese ha iniziato a far circolare l'ipotesi che il focolaio di Wuhan sia stato importato dalla Lombardia.

Per quanto mi riguarda, in un'intervista su Linkiesta ho espresso i miei timori su cosa potrebbe succedere dopo, ricorrendo al concetto di fluido ontologico: in pratica, nella totale impossibilità di immaginare come funzioni un virus, gli esseri umani ricorrono a qualcosa di familiare, come può essere l'idea di un fluido; si pensi a quando si tocca una superficie con le mani unte, e alle impronte che si lasciano: quello è il modo in cui si immagina il contagio (ben rappresentato in una puntata della serie Scrubs). Nel modo in cui immaginiamo la probabilità del contagio, tuttavia, l'estraneità o la familiarità risultano componenti essenziali: è più facile che a contagiare sia qualcuno di lontano e diverso da noi, piuttosto che qualcuno di vicino e familiare. Ecco perché nei primi giorni in cui si diffondevano i contagi, la paura si era concentrata sui ristoranti cinesi, come se i gestori, per il solo fatto di venire dalla Cina, fossero più suscettibili al contagio (Donald Trump, addirittura, parla di "virus cinese"); ed ecco perché, invece, molti si sono ricongiunti alle proprie famiglie senza ritenere che questo potesse essere un pericolo.

È auspicabile che l'umanità trovi una nuova spinta per pensarsi più simile, ma temo che in realtà, quando tutto questo sarà finito, nella conta dei problemi ci sarà anche un rinnovato razzismo, che sarà stato armato di un argomento molto forte. Sarà difficile rimettere insieme i pezzi di questa esperienza, soprattutto sarà difficile ricomporre il senso più profondo di questa esperienza: che siamo tutti, allo stesso modo, fragili e disperati, quando la nostra vita è in pericolo.