I MODELLI SONO COSTRUTTI…

Model Complexity | Mathematical Matters of the Heart




…influenzati dalle culture e rivelatori di culture. La gestione della pandemia da coronavirus ha reso evidenti alcuni tratti caratteristici di culture istituzionali diverse. Il modello cinese ha mostrato un profondo collettivismo e centralismo (1); il modello neozelandese ha rivelato la capacità di Paesi piccoli e periferici di auto-organizzarsi e assorbire bene i contraccolpi (2). In Europa, si sono dapprima contrapposte due strategie diverse: quella del lockdown e quella della herd immunity, portatori di diverse visioni del valore della libertà e della vita (3). Il modello italiano di gestione dell'emergenza è stato del tipo trials and errors (4), senza capacità di apprendimento dal passato (5); la totale assenza di una gestione centralizzata (6) corrisponde alla consueta preponderanza dei regionalismi, e porta a un'inadeguatezza generale (7), come dimostra la difficoltà nel governare una questione in fondo semplice come l'obbligo di indossare mascherine (8). Anche l'assenza totale di un punto di vista epidemiologico nella gestione (9), che ha portato a un ammontare enorme del sommerso (10), è espressione di una scarsa cultura dell'organizzazione, caratterizzata da molti riflessi di natura burocratica (11) e dalla difficoltà nell'integrare il punto di vista femminile (12). 



‪(1) La #pandemia da #coronavirus ha portato alla ribalta i modelli di #società cinese come efficaci per la gestione delle #emergenze fisiologiche del #capitalismo. Spunti da Byung-Chul Han su Avvenire‬.


«In Cina questa sorveglianza sociale è resa possibile da un incessante scambio di dati tra i provider internet e di servizi mobili e le autorità. In pratica non vi è alcuna protezione dei dati personali. Il concetto di privacy non rientra nel vocabolario dei cinesi. In Cina ci sono duecento milioni di videocamere di sorveglianza, a volte dotate di efficientissimi dispositivi di riconoscimento facciale che captano persino i nei. Impossibile sfuggirvi. Queste videocamere animate dall’intelligenza artificiale sono in grado di osservare e valutare ciascun cittadino nei luoghi pubblici, nei negozi, per le strade, nelle stazioni e negli aeroporti. L’intera infrastruttura della sorveglianza digitale si sta ora rivelando molto efficace nell’arginare l’epidemia. Chi arriva alla stazione ferroviaria di Pechino viene automaticamente ripreso da una videocamera che misura la temperatura corporea. E in caso di valori allarmanti vengono informati via cellulare tutti coloro che hanno condiviso il vagone con quella persona. Del resto il sistema sa benissimo chi ha viaggiato insieme a chi.
[…]
Nel corso dell’epidemia virale, la società della sopravvivenza mostra un volto inumano. L’Altro è prima di tutto un potenziale portatore di virus da cui bisogna prendere le distanze. Vicinanza e contatto significano contagio. Il virus aggrava la solitudine e la depressione. I coreani chiamano “corona blue” la depressione provocata dall’attuale società della quarantena. Alla lotta per la sopravvivenza va invece contrapposta la preoccupazione per il viver bene. Altrimenti la vita dopo l’epidemia sarà ancora più orientata alla sopravvivenza. E allora finiremo per essere come il virus, questo non morto che si limita a moltiplicarsi, a sopravvivere senza vivere.»



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(2) Dichiarare l'#emergenza nazionale già ai primi 100 contagi accertati, #tamponi a tappeto: la strategia di #eliminazione del #coronavirus della prima ministra neozelandese. Spunti da Il Post. 


«La Nuova Zelanda, che ogni anno ospita 4 milioni di turisti (su una popolazione di 5 milioni di abitanti), aveva chiuso i suoi confini il 19 marzo, quando le condizioni in Italia erano già gravi e i casi stavano aumentando anche negli Stati Uniti. Due giorni dopo la prima ministra Ardern aveva annunciato un piano in quattro fasi per contenere la diffusione del virus, e nei giorni successivi aveva incontrato diversi esperti che avevano insistito per passare velocemente alla fase 4, quella con le restrizioni più severe, nonostante i contagi del paese fossero ancora pochi. Lunedì 23 marzo è stato annunciato alla popolazione che aveva due giorni di tempo per prepararsi a un mese di isolamento e mercoledì 25 marzo, quando i casi di persone contagiate da COVID-19 nel paese avevano superato i 100, il governo ha dichiarato lo stato di emergenza nazionale.
[…]
Finora in Nuova Zelanda ci sono stati in tutto 1.210 contagiati di cui 282 guariti: dei malati, 12 sono in ospedale, di cui 4 in terapia intensiva e 2 in gravi condizioni. Il tasso di letalità della Nuova Zelanda è uno dei più bassi al mondo: per il momento è morta una persona, una donna di 70 anni con problemi di salute pregressi. I nuovi casi di oggi sono 50, il numero più basso da due settimane nonostante il numero di tamponi effettuati sia stato il più alto: 4.098, per un totale di 46.875 dall’inizio dei contagi. Per avere un termine di paragone, ieri in Lombardia – che ha 10 milioni di abitanti e una larghissima diffusione del contagio – i tamponi analizzati dai laboratori sono stati 4.342. Martedì e lunedì i positivi in Nuova Zelanda erano stati rispettivamente 54 e 67.»



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(3) I due approcci all’#EMERGENZACOVID19, quello del #lockdown e quello della #herdimmunity, hanno radici culturali profonde: in #Italia sono gli influssi pre-moderni e contadini. Spunti da Roberto Buffagni su Italia e il Mondo.


« L’implementazione del modello 1 (non conteniamo il contagio, sacrifichiamo consapevolmente una quota di popolazione) non richiede alcuna misura di restrizione della libertà: la vita quotidiana prosegue esattamente come prima, tranne che molti si ammalano e una percentuale non esattamente prevedibile ma non trascurabile di essi, non potendo ottenere le cure necessarie per ragioni di capienza del servizio sanitario, muore.

L’implementazione del modello 2 (conteniamo il contagio per salvare tutti i salvabili) richiede invece l’applicazione di misure severissime di restrizione delle libertà personali, e anzi esigerebbe, per essere coerentemente effettuato, il dispiegamento di una vera e propria dittatura, per quanto morbida e temporanea, in modo da garantire l’unità del comando e la protezione della comunità dallo scatenamento delle passioni irrazionali, cioè da se stessa. Operativamente, la direzione esecutiva del modello 2 dovrebbe essere affidata proprio alle forze armate, che possiedono sia le competenze tecniche, sia la struttura rigidamente gerarchica adatte.»

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(4) Il modello italiano di gestione della #pandemia non esiste, piuttosto è stata una sequenza di errori nel tentativo di guardare alle altrui esperienze. Spunti da Marco Plutino su Linkiesta.‬


«Il cosiddetto modello italiano di contrasto al coronavirus non esiste e temo che non sia mai esistito. Diventerà piuttosto un caso da manuale di cosa non fare. Quattordicimila morti dovrebbero consentire di riporre nel cassetto l’idea nella quale molti si sono cullati di una nostra eccellenza. Altro è il nostro di essere del sistema sanitario (che gode di una certa fama nel mondo), altro una prova specifica che richiedeva procedure, servizi e scelte ben precise. Ormai abbiamo elementi a sufficienza per affermare che il “modello Italia” è poco meno che un’ininterrotta sequenza di errori (ogni tanto qualcuna se ne indovina, per la legge dei grandi numeri), a cui si devono – ahinoi – una parte molto significativa dei deceduti. Ciò a causa di un governo di eterogeneo, nato per caso, di scarso profilo e inesperto, a partire dalla sua guida e dal titolare del ministero della Salute, capitato lì per caso per qualche algoritmo del manuale Cencelli 2.0.
[…]
In definitiva: abbiamo copiato dalla Francia gli illeciti amministrativi e dalla Germania il trattamento dei coniugi, senza arrivare a riconoscere in modo chiaro diritti come quello a uscire con il solo rispetto delle distanze sociali (Germania); o almeno alla passeggiata (Francia); a fare sport solitario (Francia e Germania); a poter essere e permanere in strada insieme a conviventi, familiari e non (Germania).»


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(5) ‪La #pandemia di #coronavirus è stata tra le più annunciate della storia, i protocolli per gestirla esistono dal 2005 ma sono stati ignorati; intervista a Nicoletta Dentico. Spunti da Roberto Zicchitella su‬ Famiglia Cristiana.


«“Io penso che questa sia stata la pandemia più largamente annunciata della storia. I segnali c’ erano almeno da 5 anni. Bill Gates aveva già disegnato scenari di questo tipo nel 2015. Nel 2017 l’ OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) aveva diagnosticato questo orizzonte come una   questione di tempo  e non come una ipotesi di scuola. Nel settembre del 2019 un rapporto del Global Preparedness Monitoring Board, formato  da esperti della Banca Mondiale e dell’ OMS, scriveva testualmente: ‘la minaccia di una pandemia globale è reale. Un patogeno in rapido movimento ha il potenziale di uccidere decine di milioni di persone, devastare le economie e destabilizzare la sicurezza nazionale’”
[…]
“Sì.  Mai un virus aveva  bloccato l’ ingranaggio del mondo come sta facendo COVID-19. Il mondo occidentale si vanta di avere ricette di progresso e sviluppo su tutto e per tutti, ma oggi sembra del tutto sguarnito e diviso su come affrontare questa pandemia. Dall’ inizio della pandemia registriamo scarsa collaborazione tra i paesi, che si muovono individualmente con politiche confuse e recalcitranti, come abbiamo visto in Gran Bretagna, Francia, e Stati Uniti. Si è guardato con una certa distanza alla Cina, e lo stesso è accaduto per lo scoppio dell’ epidemia italiana.  Eppure esiste un trattato internazionale sotto l’ egida dell’ OMS, l’ International Health Regulations approvato nel 2005 dopo la lezione della SARS, che vincola gli stati alla cooperazione nel caso di emergenze sanitarie. Dal 25 gennaio scorso il Direttore generale dell’ OMS,  Tedros Adhanom Ghebreyeus, continua a lanciare appelli alla collaborazione tra gli stati, ma con scarso risultato. I governi  o nascondono i numeri o non collaborano tra di loro o sono – ancora oggi, purtroppo -  in uno stato di negazione. Questa per il virus è la tempesta perfetta”.»


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(6) ‪In #Italia sembra assente una governance centrale e di sistema delle misure contro la diffusione del #coronavirus; la strategia attuale sembra essere contingente e giornaliera. Spunti da‬ Luca Sofri su Wittgenstein.


«Il problema è che non si sa nemmeno bene a chi farla, questa domanda. Io vorrei farla personalmente, e ci ho pensato, magari sapete aiutarmi: chi è in Italia il responsabile dell’emergenza coronavirus? quello che risponde della strategia italiana? quello che dice agli scienziati firmatari dell’appello qui sopra se le cose che chiedono si faranno o no? Il capo del governo “ci mette la faccia”, come dicono quelli, e questo è apprezzabile: ma ce la mette per comunicare misure e decreti, e provare a tirarci su di morale. Di altro non si è mai occupato. Sulla strategia e le questioni scientifico mediche non ha mai comunicato niente, né ha lasciato la parola a un eventuale dottor Fauci accanto a lui, sottolineando anzi spesso che lui di queste cose ne sa poco e se ne occupano i tecnici e gli esperti. Ma quali? Chi è il capo? C’è un capo della protezione civile, il cui unico ruolo sembra aggiornare ogni giorno sui famigerati dati in cui lui stesso non crede: di certo ha impegni operativi importanti ma non ha mai comunicato una strategia. Chi è in charge? Chi decide come ne usciremo? È una figura così assente, che molte decisioni strategiche sono in mano alle autonomie dei presidenti di Regione, molto in ordine sparso e con le grandi libertà stabilite dalla legge. Così in ordine sparso, che il presidente della Lombardia da due giorni è criticato da alcuni importanti sindaci della Lombardia, e li ha già mandati a quel paese.
[…]
Una risposta però c’è, che dia senso e rivendichi l’attuale strategia che in forme diverse sembra seguita dalle regioni più travolte e dal governo nazionale. Ed è questa: “stiamo pensando di continuare a prendere tempo più possibile, limitando i danni quando si riesce, sperando che salti fuori una terapia che aiuti a limitarli, o che avvenga qualche altro accadimento imprevisto (magari, il caldo?), per tirare in lungo con qualche limitato e alterno cambiamento delle regole di quarantena fino all’introduzione di un vaccino, tra un anno o più: nel frattempo, la gestiamo giorno per giorno, settimana per settimana, e guardiamo se in qualche altro paese si fanno venire delle idee che ci possano essere utili”. È il progetto tanta pazienza: vi sembrerà assurdo, ma se vi guardate in giro è quello che stiamo applicando.»


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(7) ‪Da uno studio pubblicato sul #Lancet, risulta che i casi italiani a fine febbraio erano tra il 27% e il 72% ignoti. Spunti Claudia Grisanti su Internazionale.‬


«Secondo uno studio pubblicato sulla rivista The Lancet Infectious Diseases, al 29 febbraio i casi non individuati erano tra 1.500 e 4.000. I casi confermati, secondo le autorità sanitarie, erano invece 1.128. Di conseguenza tra il 27 e il 72 per cento dei casi non sarebbe stato individuato.

La ricerca è stata sviluppata da un gruppo di ricercatori canadesi che si è basato sui contagi all’estero e sugli spostamenti aerei delle persone. Tra il 25 e il 29 febbraio sono stati individuati 46 casi di Covid-19 all’estero, di persone provenienti dall’Italia o venute a contatto con viaggiatori dall’Italia. È stato considerato il traffico passeggeri e la durata media del soggiorno in Italia.»

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(8) ‪A due mesi dall’inizio della #pandemia, in #Italia non si è ancora riusciti a stabilire una linea compatta sulla politica delle #mascherine; da #Borrelli che non le ritiene utili a #Fontana che le impone. Spunti da‬ The Submarine.


«A due mesi abbondanti dall’inizio dell’epidemia in Italia, sembra che ancora nessuno sia in grado di assicurare un’adeguata fornitura di dispositivi di protezione individuale, in primis al personale sanitario, che sta pagando il prezzo più alto per colpa di questa impreparazione. Pochi giorni fa, il Presidente della Federazione nazionale degli ordini dei medici, Filippo Anelli, ha denunciato che le oltre 600 mila mascherine fornite dalla protezione civile non erano adeguate per l’uso sanitario. Si è trattato del secondo incidente di questo tipo nel giro di poche settimane — come dimenticare le mascherine ridicolizzate dall’assessore lombardo al Welfare Gallera durante una conferenza stampa, paragonate alla “carta igienica”?
[…]
Le mascherine, in realtà, possono aiutare in maniera significativa a contenere il contagio. Eppure anche il capo della Protezione civile Borrelli, in aperta polemica con la decisione della Lombardia, ha dichiarato che non le usa: “Rispetto le regole del distanziamento sociale. La mascherina è importante, se non si rispettano le distanze, per evitare l’infezione da virus.” I consigli ufficiali dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sono abbastanza chiari: la mascherina è strettamente necessaria solo per chi entra a contatto con persone che si sospetta possano aver contratto l’infezione. Ma nel caso delle uscite in pubblico — al supermercato o altrove — come si fa ad esserne sicuri? Contando, inoltre, che c’è una vasta platea di persone asintomatiche o paucisintomatiche a cui non è mai stato fatto un tampone. Per questo, gli stessi esperti dell’Oms si stanno orientando di recente verso una revisione delle proprie indicazioni, raccomandando l’utilizzo delle mascherine in pubblico quando possibile.»

(9) ‪Il tasso di #letalità dipende dalle politiche regionali sui #tamponi. Si è perso il contatto con la diffusione reale del #coronavirus in #Italia, servirà recuperarlo in vista della riapertura del Paese. Spunti da Matteo Villa su ‬ISPI.


«Se una Regione effettua pochi test, sottoponendo a tampone solo le persone sintomatiche o persino solo quelle gravi, è lecito attendersi che per ogni tampone fatto emergano molti casi positivi. Viceversa, se una Regione sottopone a tampone una parte più consistente di potenziali contagiati, dando la caccia anche alle persone asintomatiche o paucisintomatiche, ci attendiamo che abbia una percentuale di casi positivi per tampone nettamente più bassa: in altre parole, gli asintomatici sono più difficili da trovare. Così infatti accade: il Veneto, con le sue politiche di test diffuso, presenta un rapporto di positivi per tampone del 10%, mentre al contrario la Lombardia o le Marche hanno tassi vicini al 40%.
[…]
Ci sono però anche cattive notizie. La prima, collegata alla precedente, è che abbiamo ormai perso contatto con la diffusione del virus nella popolazione generale. Non è infrequente che questo accada nel corso della fase esponenziale del contagio, in cui le risorse disponibili sono in massima parte dirette a far fronte all’emergenza sanitaria qui e ora, piuttosto che a studiare la distribuzione dei contagiati. Nel frattempo, è altrettanto inevitabile procedere con misure di lockdown per evitare che le tante persone malate e non monitorate contagino un numero elevato di persone sane. Ma per poter immaginare il periodo post-emergenza sarà necessario adottare metodi atti a rintracciare le persone potenzialmente ancora contagiose, che si siano accorte di esserlo o meno, e cercare di censirle per tenere sotto controllo l’epidemia.»


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(10) ‪Da uno studio pubblicato sul #Lancet, risulta che i casi italiani a fine febbraio erano tra il 27% e il 72% ignoti. Spunti Claudia Grisanti su Internazionale.‬


«Secondo uno studio pubblicato sulla rivista The Lancet Infectious Diseases, al 29 febbraio i casi non individuati erano tra 1.500 e 4.000. I casi confermati, secondo le autorità sanitarie, erano invece 1.128. Di conseguenza tra il 27 e il 72 per cento dei casi non sarebbe stato individuato.

La ricerca è stata sviluppata da un gruppo di ricercatori canadesi che si è basato sui contagi all’estero e sugli spostamenti aerei delle persone. Tra il 25 e il 29 febbraio sono stati individuati 46 casi di Covid-19 all’estero, di persone provenienti dall’Italia o venute a contatto con viaggiatori dall’Italia. È stato considerato il traffico passeggeri e la durata media del soggiorno in Italia.»

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(11) ‪La #pandemia mette in risalto il ruolo di freno della #burocrazia italiana e la mancanza di un’#Europa federale. Spunti da Giancarlo Guarino su ‬L’Indro.


«La burocrazia è questo e nulla sembra indirizzato ad impedirlo, e serve a rallentare, bloccare, impedire, rendere difficoltoso … perfino il ‘modulo di autocertificazione’ per uscire di casa è una complicazione, viene cambiato ogni cinque minuti. E sì, perché c’è un burocrate da qualche parte che pensa che per autocertificare non basta dire ‘io faccio questo … ecco i miei documenti’, e il poliziotto prende nota e via, eh no, bisogna dichiarare di avere visto la legge x e il decreto y e balle simili, e, naturalmente deve tutto ciò essere scritto su un modello (che avrà sicuramente una sigla) se no … non vale! In altri Paesi, si può firmare un assegno su un pezzo di carta qualsiasi, su un uovo, su una pietra, perché è il contenuto che vale, non la forma in cui il contenuto è espresso. Ma vaglielo a fare capire ad un burocrate.
[…]
Il passaggio, io credo, è cruciale: o si va verso una Europa vera e federale, non solidale, altra sciocchezza che a quanto pare pochette non ha capito che è l’unica parola da non pronunciare perché non si chiede solidarietà -e l’invio di alcuni pazienti in Germania è stato un ulteriore gravissimo imperdonabile errore- ma progresso organizzativo e istituzionale, oppure l’Europa come l’abbiamo conosciuta finora scomparirà, per dare forse il posto ad una Europa del Nord, con una partecipazione secondaria della Francia, e gli altri via.»


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(11) Le cabine di regia per la gestione dei vari pezzetti della #crisi connessa alla #pandemia, non tengono in conto del punto di vista femminile e femminista, che invece potrebbe portare innovazione. Spunti da Susanna Camusso su Huffington Post.


«In estrema sintesi, la politica ha il dovere di avere al centro del suo pensiero il come prende in carico la società, composta dalle persone, deve considerare la qualità del vivere perché le soluzioni siano per i molti e non per i pochi. Per sintetizzare, deve uscire dalla dimensione gratuita la “cura”; che non è attitudine femminile “dovuta e scontata”, marginale e non economica, ma è, invece, tratto necessario in un mondo che è giunto ai suoi limiti e va reso sostenibile socialmente, economicamente, ambientalmente.
[…]
Quelle cabine di regia, quei luoghi, avranno un valore di innovazione, di progettazione di sostenibilità effettiva, se non saranno ancora una volta il luogo del pensiero della parzialità maschile, ma sapranno coinvolgere il pensiero femminista e femminile, per rappresentanza e specialità. Dando valore ai saperi e alla capacità di mettere in relazione, di prendere in carico, di valorizzare le differenze. Riconoscendo un’elaborazione e un pensiero che certo non nascono oggi.»