IL REGIONALISMO SANITARIO…



…è alla base delle differenze regionali nelle capacità di risposta alla pandemia. In Lombardia, secondo alcuni modelli di spiegazione le cause del disastro sono state le diagnosi tardive e la densità della popolazione (1), mentre secondo altri modelli si sono susseguite due wave di contagio, una nosocomiale e una intrafamiliare (2). Sulla veridicità dei numeri lombardi non c’è consenso, secondo alcune valutazioni sono verosimili (3), secondo altre stime i contagi sono in gran parte sommersi (4); l’evidenza mostra che più tamponi si fanno, più casi si trovano (5). A livello organizzativo, è stata del tutto assente una cinghia di trasmissione tra esperienze passate e presenti, come mostra la mancata assunzione del piano anti-pandemia regionale (6); non è stato realizzato nemmeno il coordinamento tra Governo centrale e locale, come mostra la mancata assunzione del piano anti-pandemia nazionale (7); la linea di faglia tra Stato centrale e Regioni, è stata inoltre allargata dal conflitto politico (8). Il risultato è che in Lombardia si è adottata una strategia prossimale per la gestione dell’emergenza: si è coordinato bene solo il segmento delle terapie intensive (9), mentre si è abdicato del tutto sulla sanità territoriale (10), problema che si è visto emergere anche in Piemonte (11). Sono però nate anche esperienze di gestione locale molto efficace, come il modello Piacenza e quello di Vo’ Euganeo: terapie precoci in regime domiciliare il primo (11), tamponi a tappeto e tracciamento dei contatti il secondo (12).

(1) ‪Dai modelli di regressione emerge che i fattori che possono aver contribuito maggiormente al disastro in #Lombardia sono: densità di popolazione e diagnosi tardive. Spunti da Radar Macroeconomico su ‬Gli Stati Generali.


«Il rischio di contagio e la diagnosi precoce hanno gli effetti più importanti, rispettivamente positivo e negativo, sulla mortalità. La componente femminile riduce la mortalità del virus mentre, tenuto conto di questi effetti congiunti, la quota di anziani nella popolazione, pur correlata con la mortalità, non aggiunge capacità esplicativa.
[…]
Le considerazioni che si possono trarre, sia pur provvisoriamente, sono abbastanza nette: da un lato, il distanziamento fisico è, al momento, l’unica strada sicura di riduzione degli effetti mortali della pandemia e dall’altro l’utilizzo dei tamponi, soprattutto per diagnosi precoci mirate, è quasi altrettanto importante.»

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(2) ‪In #Lombardia, alla prima nosocomiale, ha fatto seguito una seconda ondata di contagi tra familiari, dovuta al #lockdown. Spunti da Stefano Bernabei su Reuters.‬


«Andrea Crisanti, professor of microbiology at Padua University, said in an interview with Radio Capital that many of these new cases are probably people who are being infected by fellow family members at home.
[…]
Crisanti argued that a similar approach to the one carried out in Veneto should now be conducted nationwide. "We need to be much more aggressive in identifying people who are sick at home," he said. "We need to go to their homes, test them, test their family members, their friends and neighbors, and all the people who test positive should be taken, if they are well enough, to accommodation centers outside their homes."»

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(3) ‪I numeri della #Lombardia potrebbero non essere così inverosimili, errore grande l’allocazione iniziale dei malati negli ospedali senza limitazioni. Spunti da‬ Radio Popolare.


«Sono stati coinvolti tutti gli ospedali ed ha influiti il fatto che siano stati trasportati malati infetti in ambienti senza la capacità di imporre delle limitazioni e delle situazioni di isolamento. Qui abbiamo situazioni in cui il paziente ha una grave patologia respiratoria e viene inserito in un ambiente dove la sicurezza per il malato, gli altri malati e gli operatori sanitari non è il massimo: il malato magari riesce a sopravvivere perché ha l’assistenza adeguata, ma altre persone vengono infettate. E abbiamo il dato di migliaia di operatori sanitari colpiti dal COVID-19 che a loro volta hanno infettato altre persone, dai pazienti ai familiari. La diffusione è stata legata proprio alla distribuzione dei pazienti a livello regionale, cosa che non è stata fatta in Cina. La Cina ha chiuso tutta la gente in casa e limitato i contatti e i contagi. Poi è ovvio che non metterei le mani sul fuoco sui numeri della Cina.
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È per questo che non credo a chi stima che i malati siano così tanti di più dei dati ufficiali. Fanno queste stime perché il numero dei morti è più alto rispetto alla Cina: se lì il tasso di mortalità è del 2%, deve essere così anche in Italia. Ma non è vero. La differenza è che lì hanno avuto pazienti relativamente giovani e sono intervenuti in una situazione in cui non c’è stata questa diffusione in ambienti ospedalieri e non sono stati colpiti malati che avevano patologie preesistenti. La questione è collegata con questa condizione di età e alla frequenza dei malati che sono stati colpiti ad un’età più avanzata.»

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(4) ‪Da un’indagine campionaria #Doxa, potrebbero essere 5 milioni gli italiani con il #coronavirus, di cui 1 in #Lombardia. Spunti da Affaritaliani.‬


«Parte dei sintomi descritti non è correlata a Covid-19. Sebbene il periodo dell'influenza annuale si fosse concluso entro il 7 marzo, parte dei sintomi riferiti potrebbe essere legata ad altre condizioni (virali) non specifiche. È possibile, tuttavia, che buona parte dei sintomi – e la maggioranza degli episodi di febbre superiore a 38,5 gradi in marzo – sia dovuta a Covid 19. Anche ipotizzando che solo la metà dei sintomi segnalati sia riconducibile a Covid-19, circa l'8% della popolazione in Italia e il 10% in Lombardia sarebbero stati affetti da Covid-19 nelle tre settimane precedenti la raccolta dati.

Ciò equivarrebbe ad almeno 5 milioni di soggetti colpiti in Italia e 1 milione nella sola Lombardia, una cifra che può essere raddoppiata supponendo che la maggior parte dei sintomi simili a quelli di Covid-19 sia effettivamente correlata a Covid-19. I dati si limitano a un periodo di 3 settimane; altri soggetti erano affetti da sintomi analoghi prima del 7 marzo. Inoltre a queste stime vnno aggiunti i soggetti che hanno contratto Covid 19 in assenza di ogni sintomo.»

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(5) ‪Maggiori i #tamponi, maggiori i casi rilevati, anche se in #Lombardia sembrano rallentare. Spunti da Gianni Balduzzi su‬ Termometro Politico.


«Nell’infografica è possibile selezionare una regione, o anche tutte, e notare la correlazione tra le due crescite. Molto spesso al maggiore aumento dei test corrisponde un maggior incremento dei contagi, e viceversa. Così tra il 20 e il 23 marzo a un ritmo inferiore di crescita dei tamponi si è accompagnato il primo vero rallentamento della crescita dei casi. Ma un tale collegamento è visibile anche agli inizi di marzo, quando gli incrementi erano spesso in doppia cifra.»

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(6) In un cassetto di #RegioneLombardia era contenuto l'embrione di un piano per far fronte a un'eventuale #pandemia, ma lo smantellamento delle #ASL ne ha ostacolato l'attuazione. Spunti da Andrea Sparaciari su Business Insider.



«Un piano che si era già dimostrato ampiamente inefficiente e che non è mai stato “sanato”. Oltretutto basato su un architrave non più esistente, a seguito di una riforma strutturale del sistema sanitario regionale che ha smantellato le Asl e il ruolo dei medici di famiglia (cioè la medicina di prossimità) a favore della centralità degli ospedali. È l’arma che Regione Lombardia teneva nel cassetto, pronta a sfoderare in caso di pandemia. Una pistola a salve che infatti ha fatto cilecca quando è esploso il Covid-19.
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Ma, a parte i singoli punti, a colpire è che il Piano pandemico regionale del 2 ottobre 2006, aggiornato il 16 settembre 2009 e rivisto nel 2011 e da allora mai più toccato, si basava su due soggetti: i vertici regionali con un ruolo direttivo e le Asl come braccio operativo. Ma, con la riforma della sanità varata da Regione Lombardia nel 2015, le Asl sono sparite, divenendo Ats (Agenzie di tutela della salute), si sono cioè trasformate da braccio attivo della politica sanitaria ad agenzie di mero controllo burocratico e amministrativo (da qui il temine “agenzia”) sull’attività degli ospedali. Il loro ruolo è stato trasferito ai nosocomi (divenuti contemporaneamente ASST, Aziende socio sanitarie territoriali), senza che però fossero passati loro tutti quei compiti operativi originariamente in capo alle Asl.»

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(7) ‪Esisteva dal 2018 un piano anti-#pandemia, varato dalla #Lorenzin, che avrebbe dovuto essere assunto dalle #Regioni. ‬



«Anche senza aggiornamenti, così come lo vediamo, il Piano avrebbe reso questa tragedia meno tragedia?

“Avremmo avuto certamente una reattività maggiore, nonostante l’effetto sorpresa. Di sicuro nei primi giorni, nelle prime due settimane. Meno panico e più nervi saldi. Vede, questi Piani vivono e si nutrono della consapevolezza di chi li attua, sia a livello tecnico che politico, e di chi li deve rispettare. Cioè tutti noi. Dunque, se il Piano fosse stato rispettato ci sarebbe stata almeno una vaccinazione antinfluenzale di massa, molti casi in meno, meno ospedalizzazioni, percorsi dedicati, e quindi in sicurezza nei pronto soccorso.Non è poco, sa…”.»

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(8) ‪A due mesi dall’inizio della #pandemia, in #Italia non si è ancora riusciti a stabilire una linea compatta sulla politica delle #mascherine; da #Borrelli che non le ritiene utili a #Fontana che le impone. Spunti da‬ The Submarine.



«A due mesi abbondanti dall’inizio dell’epidemia in Italia, sembra che ancora nessuno sia in grado di assicurare un’adeguata fornitura di dispositivi di protezione individuale, in primis al personale sanitario, che sta pagando il prezzo più alto per colpa di questa impreparazione. Pochi giorni fa, il Presidente della Federazione nazionale degli ordini dei medici, Filippo Anelli, ha denunciato che le oltre 600 mila mascherine fornite dalla protezione civile non erano adeguate per l’uso sanitario. Si è trattato del secondo incidente di questo tipo nel giro di poche settimane — come dimenticare le mascherine ridicolizzate dall’assessore lombardo al Welfare Gallera durante una conferenza stampa, paragonate alla “carta igienica”?
[…]
Le mascherine, in realtà, possono aiutare in maniera significativa a contenere il contagio. Eppure anche il capo della Protezione civile Borrelli, in aperta polemica con la decisione della Lombardia, ha dichiarato che non le usa: “Rispetto le regole del distanziamento sociale. La mascherina è importante, se non si rispettano le distanze, per evitare l’infezione da virus.” I consigli ufficiali dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sono abbastanza chiari: la mascherina è strettamente necessaria solo per chi entra a contatto con persone che si sospetta possano aver contratto l’infezione. Ma nel caso delle uscite in pubblico — al supermercato o altrove — come si fa ad esserne sicuri? Contando, inoltre, che c’è una vasta platea di persone asintomatiche o paucisintomatiche a cui non è mai stato fatto un tampone. Per questo, gli stessi esperti dell’Oms si stanno orientando di recente verso una revisione delle proprie indicazioni, raccomandando l’utilizzo delle mascherine in pubblico quando possibile.»

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(9) ‪L’errore principale in #Lombardia è stato gestire e organizzare il solo segmento della #terapiaintensiva, trascurando tutto il resto. Spunti da‬ The Vision.


«L’errore principale, continua la lettera, è stato concentrarsi solo sull’emergenza della terapia intensiva, di fatto dimenticandosi del resto della popolazione. Per questo la Federazione riporta alcune indicazioni da adottare durante la ripresa delle attività. Innanzitutto, i test rapidi immunologici da sottoporre a tutti gli operatori sanitari e a tutti coloro che potrebbero essere entrati in contatto con il virus: solo questa procedura dovrebbe consentire il ritorno al lavoro “La ripresa potrà quindi essere solo graduale, prudente e con tempi dettati dalla necessità di mettere in campo le risorse sopracitate”, conclude la lettera. “È superfluo segnalare come qualsiasi imprudenza potrebbe determinare un disastro di proporzioni difficili da immaginare e come le misure di isolamento sociale siano da potenziare e applicare con assoluto rigore”.»

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(10) ‪Sui #tamponi in #Lombardia si è cambiata politica, scombinando ulteriormente i numeri, mentre la #Sanità territoriale non ha funzionato. Spunti da Lorenzo Zacchetti su‬ TPI.

«“Il ragionamento è un altro: prima si facevano i tamponi solo ai ricoverati, da qualche giorno si fanno ai ricoverati e agli operatori sanitari sintomatici, che sono quasi tutti ovviamente positivi anche se con pochi sintomi. Questo ha creato un dato di positivi non ricoverati sul territorio che prima non esisteva, numeri falsi perché riferiti ai soli operatori sanitari e non alla popolazione intera. A questi numeri possiamo eventualmente aggiungere qualche tampone di controllo ancora positivo fatto ai dimessi convalescenti. Ci chiediamo se chi gestisce i numeri è solo incompetente, se vive in un universo parallelo o se ci sta marciando. Non vorremmo che la confusione sui dati servisse a nascondere la responsabilità dei generali nella Caporetto della sanità pubblica italiana”.
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Un medico di uno dei principali ospedali di Milano, che preferisce rimanere anonimo, spiega: “Talvolta dimettiamo dei pazienti con situazioni sociali particolari, con l’indicazione che vadano a casa in isolamento. Ma questo regime è, per così dire, ‘fiduciario’, perché non abbiamo nessuna garanzia rispetto ai controlli. Le Usca? Non so dire se funzionino o meno, non abbiamo nessun contatto con loro”.»

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(11) ‪Anche l’Alta scuola di management dei sistemi sanitari dell’Università Cattolica conferma: in #Piemonte il problema sono stati pochi #tamponi e assenza di assistenza domiciliare. Spunti da Corriere della Sera.

«Il peccato originale è il numero esiguo di tamponi somministrati. Il Piemonte non ha tenuto il passo del Veneto (153 mila test con i quali ha controllato il 3 per cento della popolazione), della Lombardia, dell’Emilia Romagna e anche del Lazio (49 mila) dove l’emergenza è scattata in ritardo. L’Alta scuola di management dei sistemi sanitari dell’Università Cattolica ha analizzato i modelli organizzativi di risposta al Covid-19. Mettendo in luce anche le altre fragilità del modus operandi piemontese che, nel report aggiornato all’8 marzo, vanta 44 mila tamponi. L’uno per cento della popolazione è stato verificato. Percentuale più bassa della media Italiana.
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Non si è andati, infatti, a cercare i contagiati sul territorio per il deficit di tamponi e il limitato numero di laboratori in grado di controllarli. Così, i malati sono emersi al pronto soccorso. Troppo tardi come testimonia l’alta percentuale dei pazienti positivi tra i ricoverati. Un trend quasi uguale a quello record della Lombardia. Con una nota in più. Nelle otto province della regione il rapporto è più alto tra il numero dei ricoverati in terapia intensiva rispetto il totale dei contagiati ufficiali. Insomma, in Piemonte chi ha scoperto di avere il Covid-19 ha avuto più possibilità di finire attaccato a un respiratore o un ventilatore.»

https://torino.corriere.it/cronaca/20_aprile_12/senza-tamponi-contagiati-hanno-saturato-poche-terapie-intensive-dd0af98a-7c8a-11ea-9e96-ac81f1df708a.shtml


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(12) ‪Il modello #Piacenza, proposto dall’oncologo #Cavanna, prevede la somministrazione precoce di cure in casa, con monitoraggio quotidiano telefonico. Spunti da Giovanni Cedrone su ‬Sanità Informazione.

«Dopo qualche giorno, con il Pronto soccorso affollato e le terapie intensive che si riempivano, l’illuminazione: «Era il 25 o 26 febbraio. Siamo stati chiamati a domicilio da una signora, una paziente oncologica che aveva il quadro clinico da Covid ma non voleva assolutamente andare in ospedale. Siamo stati a casa sua, le abbiamo fatto un’ecografia del torace e l’abbiamo curata a casa, le abbiamo subito fatto le terapie con l’idrossiclorochina e l’antivirale. Abbiamo lasciato a casa un piccolo apparecchio per misurare l’ossigeno dal dito e tutti i giorni ci mandava informazioni su come andava. Pian piano ha iniziato a migliorare. Lì è nata l’idea: ma perché non andiamo a curare precocemente questi pazienti a domicilio?».
[…]
Un test, quello di Cavanna, che sembra rovesciare l’assunto di queste settimane: evitare l’ospedalizzazione per potenziare l’assistenza domiciliare e diminuire i ricoverati in terapia intensiva. «Ci sono malattie che arrivano all’improvviso come infarto o ictus – spiega Cavanna -. Non è così per il Covid. Le persone che arrivano al Pronto soccorso sono persone che hanno una storia di febbre, tosse e ancora febbre. Poi comincia a comparire l’insufficienza respiratoria. È fondamentale curare precocemente con farmaci ad hoc ma soprattutto monitorare i pazienti. Ci rendiamo conto tutti i giorni del loro stato di salute con i messaggi che ci mandano: se qualcuno non li manda siamo noi a chiamare. Si è creata una piccola cabina di regia. Così ci rendiamo conto dei pazienti più critici che hanno bisogno di essere ricoverati. Per la verità se le cure vengono iniziate precocemente sono pochi quelli da ospedalizzare».»

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(13) ‪Il caso di #VoEuganeo si è trasformato in #modello di buona gestione della #pandemia su piccola scala: #tamponi a tutti, riduzione dei #contagi fino a zero. Spunti da Leonardo Bianchi su Internazionale.‬

«La serrata totale di Vo’ è stata disposta con un decreto del governo il 22 febbraio. Vengono allestiti dei posti di blocco, presidiati dalle forze dell’ordine e dall’esercito, per impedire i movimenti in ingresso e in uscita. Il sindaco rimarca che, a differenza di Codogno, “da noi all’interno del cluster non c’era niente; né un pediatra né un poliambulatorio, non c’è nulla. È stato molto, molto difficile. Si facevano veramente i salti mortali per riuscire ad andare avanti”.
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A nove giorni dal primo screening sono venuti fuori altri otto casi, tutti asintomatici e legati a parenti positivi (con o senza sintomi). I ricercatori hanno così calcolato che una persona non infetta che vive con familiari positivi ha una probabilità di ammalarsi 84 volte superiore rispetto a chi vive con persone non contagiate. È un meccanismo di trasmissione che abbiamo già visto all’opera nel caso della nave Diamond Princess, e continuiamo a vedere in molte case di riposo.»

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