PSICOLOGIA DI COMUNITÀ: UNA PROPRIETÀ EMERGENTE

Nella mia vita la psicologia di comunità è stata una proprietà emergente. Prima di quella c'era la psicologia sociale, la cosiddetta "scienza del trattino", una piattaforma disciplinare che prepara a leggere la realtà come sistema di interdipendenze e le interdipendenze come influenze sociali, reali, implicite o immaginate, per dirla á la Allport (1954a). Tuttavia, gli ambiti di applicazione della psicologia sociale in Italia paiono essere unicamente accademici, a meno che non si faccia un passo di lato verso la psicologia del lavoro e delle organizzazioni. Da questo punto di vista, nemmeno il Consiglio Nazionale dell'Ordine degli Psicologi sembra aver messo in dubbio il dato che si autoafferma in ogni momento e in ogni dove, ossia che la psicologia sia equiestesa alla psicologia clinica, e che quest'ultima coincida in tutto e per tutto con la psicoterapia; dati sugli psicologi sociali iscritti ai diversi ordini regionali non sono facilmente disponibili, ma si può immaginare siano una quota minoritaria. 

Ciò detto, la psicologia di comunità sorge per me in primo luogo all'interno di quella contraddizione che caratterizza il curriculum di professionalizzazione psicologica almeno fino alla mia generazione, ossia quel passaggio in cui ci si trova a lavorare come educatori pur non sapendo nulla di educazione e pedagogia. Non ero solo, lavoravo per una Tutela di Minori ed erano tanti quelli nella mia stessa condizione, anche se nessuno era psicologo sociale: erano tutti psicologi clinici, impegnati in quello che consideravano un lavoretto per contribuire alle spese che le loro famiglie stavano sostenendo per pagare le scuole di specializzazione in psicoterapia. 

Oggi non è più così facile per degli psicologi accedere al lavoro di educatore, i bandi di gara tendono a limitare l'accesso ai soli laureati in Scienze dell'Educazione, e questo è senz'altro un bene per la professione di educatore, che non viene più presa d'assalto da altre professionalità; tuttavia, l'esito è di parcheggiare in un mercato del lavoro ancora più ristretto gli psicoterapeuti in formazione, che come soli psicologi clinici si trovano disorientati, e ancora di più gli psicologi sociali, che nel senso comune rischiano di essere psicologi meno psicologi degli altri. 

Una prima parte della psicologia di comunità è nata per me dunque in seno all'interrogativo primigenio "Che ci sto a fare qui?", dove con "qui" si apriva una finestra di contesti del tutto alieni a quello dell'immaginario collettivo della psicologia: le case delle persone, i quartieri, le scuole, le sale comunali, le piazze, i giardini, tutto fuorché lo studio e il lettino. Una seconda parte della psicologia di comunità nasce invece dall'incontro con i colleghi e le colleghe provenienti da percorsi formativi differenti: assistenti sociali, pedagogisti, educatori, insegnanti, neuropsichiatri, avvocati, giudici, persone che nella loro globalità mi rimandavano un fatto, ossia che pensavo e agivo da psicologo. Questa restituzione non poteva che inchiodarmi a pensare cosa volesse dire "pensare e agire da psicologo"; lo sventurato non si rispose, non subito. 

Una terza parte della psicologia di comunità invece è nata negli anni, dalle esperienze, che curiosamente hanno seguito tutte due traiettorie sovrapposte e incompatibili: quella dell'eterogenesi dei fini, nel senso che la maggior parte delle esperienze lavorative vissute sono nate collateralmente da incontri che a loro volta erano nati per finalità diverse dalla piega che poi hanno preso, ma anche quella della pianificazione, nel senso che pur essendo stato tutto estremamente inatteso, ogni esperienza ha costellato un piano di sviluppo professionale che ho sempre avuto in mente, o comunque mi è risultata estremamente riconoscibile a posteriori. 

Lavorare come mistery shopper mi ha portato a una ricerca-azione su una media impresa, a rivoluzionare organigramma e processi organizzativi micro e macro tramite percorsi partecipativi che hanno incluso tutti i dipendenti; lavorare come archivista mi ha portato a sviluppare una ricerca valutativa conclusasi in un percorso formativo per i dipendenti e collaboratori; essere attivista dei diritti LGBT+ mi ha portato a padroneggiare i temi delle disuguaglianze e dell'esclusione. Crescendo, lavorare come analista dei sistemi sanitari mi ha portato ad avviare percorsi di definizione partecipativa di policy, far parte di un'associazione di antropologi mi ha portato a conoscere le metodologie di ricerca sul campo, lavorare come educatore mi ha portato a essere progettista, aiutare nell'organizzazione di hackathon mi ha portato a padroneggiare la ricerca sociale applicata, lavorare come tutor universitario mi ha portato a fondare uno studio di ricerca sociale ecc. 

Una proprietà emergente, dunque, nata dal caos degli incontri, dei percorsi, del bisogno di lavorare in un panorama lavorativo a elevatissima instabilità; nata come punto di incontro di varie esperienze all'apparenza distanti, ma che sono confluite, in ultimo, in una definizione. Come insegna la tradizione antropologica, il metodo comparativo permette alle categorie del pensiero e dell'analisi di irrobustirsi. La definizione istituzionale di psicologia di comunità, data da EuroPsy, è:

«La Psicologia di comunità costituisce un'area di studi, ricerche e interventi professionali che si focalizza sulle persone e i gruppi all’interno dei contesti socioculturali, economici, organizzativi e territoriali nei quali vivono e con i quali interagiscono continuamente. L’articolazione tra sfera individuale e collettiva nel contesto delle relazioni comunitarie connota l’oggetto di studio specifico della Psicologia di comunità.»

Questa definizione riconosce l'imprescindibilità della confluenza tra pratiche di ricerca e intervento, così come la natura collettiva dell'oggetto di lavoro e contestuale del setting; riconosce la tradizione storica che considera la salute mentale come esito dell'interazione tra individuo e sistemi sociali, e non come qualità meramente individuale. Trattasi di una definizione che circoscrive il perimetro della psicologia di comunità da un punto di vista tecnico-disciplinare, ma che non mette in luce la mission che la psicologia di comunità si trova a giocare in diversi ambiti. 

Chi si occupa di psicologia di comunità nel quotidiano non può non notare una questione: che lo psichico della comunità non è la mente di gruppo (non solo, comunque), né la cultura, né il pensiero di gruppo; lo psichico della comunità è il potere, inteso come influenza in senso psico-sociale, ma differentemente dalla psicologia sociale quella di comunità non rimane indifferente di fronte al potere agito in modo iniquo. Da qui discendono gli ambiti di pertinenza e la metodologia: quartieri, gruppi di lavoro, villaggi, scuole, aziende, tavoli istituzionali, riunioni, condomini, dove si mettono in campo metodi di facilitazione, di co-progettazione, di conduzione che partono da una profonda coscienza delle disuguaglianze, di stereotipi e pregiudizi e della necessità di riequilibrarli. La psicologia di comunità è dunque quella branca della psicologia che costruisce e sviluppa, nei contesti umani, sistemi di collaborazione improntati alla giustizia sociale, alla parità dei diritti e a un esercizio equo del potere.






Popular Posts