youth mentor, social researcher, learning specialist, author, neuro-educational specialist, counselor, HRD consultant, trainer, evaluative researcher








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apprendimento efficace: avere piena padronanza delle teorie sull’apprendimento oggi, nella cosiddetta “società dell’informazione”, è essenziale, perché permette di distinguere tra formazione come pura formalità e formazione come investimento per un reale miglioramento. A tal proposito ho sviluppato un modello di apprendimento in contesti reali, il modello COMP.ASS., utile anche per la valutazione dell’efficacia formativa.

ricerca valutativa: la classica distinzione tra ricerca qualitativa e ricerca quantitativa non ha oggi più ragion d’essere; se la ricerca esce dalla torre d’avorio in cui è rinchiusa e si presta al servizio delle organizzazioni e delle persone, numeri e parole diventano i mattoni di una conoscenza sistemica e approfondita dei fenomeni. Questo è dunque la ricerca valutativa: uno strumento di pianificazione e riprogettazione efficiente.


youth mentoring: gli adolescenti oggi appaiono come delle casseforti inaccessibili, l’età in cui si rivendica un’autonomia dai genitori si è anticipata; spesso, però, rimane il dubbio che siano davvero in grado di cavarsela da soli come vorrebbero. Lo youth mentoring è un tipo di formazione che va in profondità nella relazione con l’adolescente e gli/le fornisce uno spazio per esprimersi ed elaborare le esperienze con maggiore autocoscienza.

innovazione delle metodologie di ricerca: l’attitudine al system thinking mi ha fatto avvicinare alle tecniche di modellizzazione dei sistemi complessi (organizzazioni, gruppi, comportamenti collettivi) e all’implementazione di metodologie di ricerca ibride.

UN TESSUTO SOCIALE IN CERCA DI RAPPRESENTAZIONI ISTITUZIONALI

Quando mi trovo a dover raccontare del mio lavoro incontro sempre qualche difficoltà, poiché l'etichetta di Ricercatore Sociale difficilmente richiama alla mente di un ipotetico interlocutore un'immagine precisa. La Psicologia Sociale dà un nome alle immagini che ci facciamo dei fatti e delle cose del mondo, ossia Rappresentazioni Sociali: si tratta di corpus di teorie, conoscenze, credenze, supposizioni e, perché no, anche pregiudizi e stereotipi che riempiono di senso quegli eventi o quegli oggetti che catturano l'interesse collettivo.

Fin qui nessun problema. Se non fosse che le Rappresentazioni Sociali si autoproclamano come verità, come naturalmente vere, anche se poi siamo noi stessi a renderci conto di come le nostre idee cambino col tempo, di come noi stessi vediamo le cose con prospettive differenti, della natura relativa del pensiero anche quando sembra proprio vero: ciononostante, quando una Rappresentazione Sociale si afferma, lo fa sempre imponendosi come verità. È per questo che rischiamo di vivere rispetto a tanti temi sociali una sorta di daltonismo: come molti daltonici scoprono in età adulta di aver creduto di vedere le cose nella maniera corretta, salvo poi scoprire che ciò che hanno fino a quel momento chiamato "grigio" in realtà era "rosa", allo stesso modo possiamo renderci conto dopo del tempo di aver assunto una posizione convinta e sicura per poi scoprire che era solo parziale e infondata. Vediamo allora se riusciamo a tratteggiare alcuni elementi che ci aiutano a capire quale su cosa si fondi la Rappresentazione Sociale degli omosessuali, che sta alla base del dibattito sulla questione spinosa del matrimonio tra persone dello stesso sesso.

Per quanto riguarda ciò che passa il TV, un sito web della stampa omosessuale, Gay TV, definisce gli omosessuali come fossili televisivi, sottolinea come vengano eterosessualizzati nei comportamenti e nei modi e si neghi quella che è la prima grande peculiarità degli omosessuali rispetto agli eterosessuali, ovvero l'attrazione per persone dello stesso sesso. D'altronde anche gli stessi sociologi Barbagli e Colombo in Omosessuali Moderni, un testo del 2001 che è stato una pietra miliare della Sociologia, affermano che di omosessualità si parla, anche in TV, e che non necessariamente (anche se preponderante) viene messa in scena la maschera dell'omosessuale; l'importante della rappresentazione televisiva è che non si parli della sessualità omosessuale, e in effetti, se pensiamo al caso del 2008 della censura del bacio tra Heath Ledger e Jake Gyllenhaal da parte di RaiDue, possiamo confermare l'esistenza di questo tabù. 

Se consideriamo i valori degli italiani, riportati sull'Atlante dei Valori Europei, in generale possiamo incontrare alcune direttrici che predispongono il terreno su cui poggia la riflessione sui matrimoni omosessuali. In generale gli italiani non pensano che i padri (eterosessuali) siano in grado di prendersi cura dei figli e non credono che una donna possa sentirsi realizzata senza figli (come in Francia, Germania, Polonia e Croazia), così come credono che un uomo non possa realizzarsi senza una discendenza (come in Danimarca). Ritengono che vada poco bene stare insieme senza sposarsi (come nei paesi dell'ex Jugoslavia, in Ucraina e Romania) e il 60% ritiene il matrimonio fonte di felicità (come in Francia, Germania, Polonia, Rep.Ceca, Romania, Lituania). Non a caso l'Italia compare tra i paesi che danno più importanza alla famiglia, in questo accompagnata dai Paesi Scandinavi, allo stesso tempo è più del 90% la percentuale di persone che ritiene che un figlio debba avere un padre e una madre per crescere felice, assieme alla parte Est dell'Europa. La stessa indagine afferma che infatti solo il 30% trova giustificabile l'omosessualità, sotto il 20% si ritiene che gli omosessuali possano adottare figli. Curiosamente, sono in pochi, il 30% degli intervistati, a pensare che in Italia sia diffusa la libertà di scelta. Questi dati risalgono al 2008.

Dall'analisi di questo panorama vediamo che in Italia si hanno in generale posizioni molto conservative rispetto alla famiglia, alla genitorialità, al ruolo della donna e dell'uomo nella famiglia; allargando il fuoco, vediamo che in Europa esiste un'ideale suddivisione tra Est e Ovest, e che l'Italia si aggrega nei valori ad un Est Europa tendenzialmente meno liberale.

Per quanto riguarda invece la rappresentazione degli omosessuali prodotta dalla comunità cui io appartengo, quella degli Scienziati Sociali, si può cominciare con il riportare un dato di Barbagli e Colombo [ibidem] sulla tendenza di gay e lesbiche a preferire relazioni stabili: solo una minoranza esigua predilige invece incontri occasionali. Non è quindi vera l'opinione comune secondo cui gay e lesbiche sarebbero più libertini. E potrebbe non essere il solo dato controintuitivo che emerge dalle ricerche. 

Un lavoro di Lawson e collaboratori [2014] pubblicato dalla rivista Evolution and Human Behaviour dimostra che nei criteri che guidano la selezione del partner, tra attrattività fisica, risorse materiali e personalità, gli omosessuali e gli eterosessuali si assomigliano nel dare più importanza all'attrattività fisica rispetto alla personalità. Similmente uno studio sulle differenze di valori tra coppie omo ed etero in valori quali importanza dell'amore, dedizione all'altro/a, monogamia, omogeneità razziale, sicurezza finanziaria l'adesione di entrambi i tipi di coppie è ai valori dell'amore romantico. Non è quindi vero che gay e lesbiche sono più superficiali nelle preferenze degli eterosessuali. Anche rispetto ai nomignoli che i partner si attribuiscono all'interno della coppia sembrano non esserci differenze sconcertanti, come dimostrano sempre Barbagli e Colombo: nelle coppie gay prevalgono ciccio e amore, mentre in quelle lesbiche amore e cucciolo.

Auchmunty [2003], docente dell'Università di Reading, riporta sulla rivista Feminist Legal Study il caso dell'Istituto Bancario Barklay's, che ha esteso il regolamento sulla undue influence (una particolare forma di induzione coattiva di comportamenti quali il prestito di denaro che avviene nelle coppie) dalle coppie eterosessuali a quelle omosessuali; l'autrice sottolinea come una simile misura sia effettivamente inutile, dato che le relazioni omosessuali sono più egualitarie ed è difficile che si esercitino tali forme di prepotenza. Allo stesso tempo, Schneider e collaboratori, della Freie di Berlino, pubblicano sulla rivista Journal of Consumer Behaviour nel 2013 l'evidenza del fatto che nelle coppie omosessuali le decisioni sul risparmio e sugli investimenti sono prese in modo molto egualitario. Non è quindi vero che le coppie omosessuali siano una brutta copia di quelle eterosessuali

Uno degli argomenti forti su cui si fonda la Rappresentazione Sociale eterosessuale dell'omosessualità si fonda sulla natura malata dell'amore omosessuale; negli Archives of Sexual Behaviour, Sell, professore dell'Università di Harvard, e alcuni collaboratori sottolineano nel 1995 che le ricerche epidemiologiche condotte finora non sono in grado di riconoscere l'attrazione, un fenomeno pressoché invisibile in quanto intimo, e si focalizzano quindi sui comportamenti sessuali, dimenticando che l'omosessualità è un fatto di attrazione e amore, non di comportamento. È quindi logico che i resoconti demografici sulla comunità LGBT riportino quasi esclusivamente dati riferibili al sesso e non agli affetti, ai valori, alla vita di coppia. Nel 2011 Arroyo, docente del College di Providence, pubblica una ricerca sull'International Journal of Applied Philosophy e afferma che i gay vengano ritenuti dagli eterosessuali incapaci di amare e avere una vita affettiva completa, equilibrata: l'Inability to Love starebbe alla base quindi del giudizio contrario alle adozioni e al riconoscimento del valore del matrimonio omosessuale. La verità scientifica è che attualmente ben poco si sa della ricchezza e variegatezza degli amori tra persone dello stesso genere.

Per anni il pregiudizio ha pervaso la comunità scientifica, spingendo a parlare dell'omosessualità in termini di malattia. Era davvero difficile infatti mandare giù il boccone amaro del constatare che Madre Natura potesse aver prodotto persone la cui inclinazione fosse quella di formare una coppia sterile, incapace di procreare con mezzi propri: per quale ragione la Natura, tanto perfetta nel suo progetto evolutivo, dovrebbe aver voluto ciò? Non poteva che trattarsi di un errore, ossia di una malattia, al pari della sterilità o dell'impotenza. 

"Inversione" era uno dei termini utilizzati per denotare l'omosessualità all'inizio del secolo scorso. Reed, un professore del Michigan, nel 2001 afferma su History of the Human Science che nel 19° secolo l'idea dell'inversione era quella su cui si fondava l'identità delle stesse persone omosessuali, che così chiamavano loro stesse: invertiti. È stato solo con lo Storicismo francese degli anni '60 del Novecento che si iniziò a usare altre categorie. Capozzi e collaboratori, nel 2004, riconoscono in L'atteggiamento degli Psicoanalisti Italiani nei Confronti dell'Omosessualità le difficoltà del rapporto tra psicoanalisi e omosessualità, inquadrata nel quadro di una teoria dello sviluppo sessuale deviato di stampo freudista. 

Herek, professoressa dell'Università della California, sulla rivista Perspective on Psychological Science nel 2010 sostiene che le scienze psicologiche e psichiatriche nel XX secolo hanno trattato omosessualità come deficit, e questo ha contribuito a irrigidire e confermare lo stigma; allo stesso modo il depennamento nel 1970 dal DSM ha contribuito alla riduzione (non alla eliminazione) del pregiudizio negli ambienti scientifici. Dal paradigma dell'inversione e del deficit all'essere considerata come una delle forme varie e possibili dell'Umano, comunque, c'è stato un passaggio intermedio non del tutto aproblematico; lo racconta Waters, professore dell'Università di Windsor, nel 2012 all'interno della rivista Journal of British Studies: l'autore sottolinea come nella letteratura medica, psichiatrica e psicologia inglese si parli di cura delle inversioni più o meno negli anni '30, mentre negli anni '40 si parla di omosessualità nei termini di un problema sociale; già negli anni '50 si parla di gestione della diversità. Il Regno Unito non è il solo paese in cui di omosessualità si è iniziato a parlare senza pregiudizi (almeno in ambito scientifico) precocemente; Crouthamel, docente della Grand Valley University, nel 2011 scrive su Gender and History che allo Schweles Arkiv del Museo di Berlino sono conservati documenti dei primi movimento gay del dopoguerra degli anni '20; tuttavia la rappresentazione dei gay era legata al concetto di cameratismo, e le battaglie difendevano i diritti civili delle amicizie tra maschi. Cocks, professore dell'Università di Nottingham, nel 2007 scrive sulla rivista storica History Compass che anche gli storici hanno avuto qualche problema nell'inquadrare l'omosessualità; prima la visione era unitariamente legata all'effemminatezza, e la si attribuiva a un retaggio del XVII secolo fatto di parrucche, libertinaggio, divertimento sfrenato. Pensare che questi elementi permangono ancora nella contemporaneità nel connotare l'immaginario eterosessuale sull'omosessualità maschile, possiamo renderci conto di quanto le nostre Rappresentazioni Sociali siano davvero radicate nel passato e nell'incapacità di vedere le cose come stanno per davvero.

Sicuramente un dato che sconcerta il senso comune degli eterosessuali è che l'omosessualità pone un importante problema evoluzionistico, poiché la coppia omosessuale è per sua natura sterile. Ci si dimentica però che gli omosessuali non sono sterili, bensì possono procreare ma al di fuori della relazione matrimoniale, che è ciò che accade a chi convoglia in un secondo matrimonio con prole (la questione delle stepchild adoption) o a chi faccia ricorso (esattamente come fanno gli eterosessuali sterili) alla Medicina. 

Aldilà di questo, se l'omosessualità non è un errore della Natura, come altro è possibile che esista? Come si spiega ciò che l'Organizzazione Mondiale della Sanità ha rilevato, ossia che circa il 10% di ogni popolo, indipendentemente dalla latitudine, dalla cultura, dalla ricchezza e dalla crescita demografica sia omosessuale? Barthes, professoressa dell'Università di Montpellier, e collaboratori, svolgono una ricerca nel 2013, pubblicata su Evolution and Human Behaviour, nella quale scoprono che il fattore demografico Male Homosexual Preference va di pari passo con iperginia, ossia ascesa sociale di donne molto fertili; il Journal of Sexual Medicine pubblica nel 2012 un articolo di Camperio Ciani e collaboratori (un cervello in fuga italiano), in cui indica che il gene che codifica per la maggiore fecondità materna è lo stesso che ingenera omosessualità nei figli maschi, accompagnandosi ad altri tratti come estroversione, salute riproduttiva e più tranquillità nei valori familiari. Salute riproduttiva? Il gene dell'omosessualità rende più fertili? Pare proprio di sì, e sembra addirittura che nel progetto di Madre Natura (e, ricordiamolo, Madre Natura è un'astrazione priva di ogni scientificità) l'omosessualità occupi una posizione specifica

Continuando il ragionamento evoluzionistico, esiste un altro tipo di relazioni che pone alcuni dubbi sulla bontà del progetto naturale, ossia l'amore romantico. Se la donna è fatta per accudire la prole, e l'uomo è fatto per generare molti figli con differenti partner, come è possibile che esista una tale stortura quale l'amore romantico, che invece ci fa struggere e sospirare per la persona amata fino a farci scegliere di sposarla? Secondo Fletcher, professoressa dell'Università di Wellingon, e collaboratori l'amore romantico, così come quello omosessuale, trova posto nel progresso della razza umana: su Perspective on Psychological Science nel 2015 afferma che si tratta di un dispositivo per aiutare l'allevamento dei figli in Homo Sapiensuna delle tante forme che la cura dei figli assume tra gli umani: in alcune culture questi sono allevati dai fratelli e dalle sorelle, in altre la comunità, sono tutte le donne a occuparsene con allattamento collettivo, in altre i figli vengono cresciuti dai soli padri. Non sono riportati, in tali comunità, casi di traumi infantili o devianze, esattamente come non sono cresciuti traumatizzati o deviati i nostri antenati i cui padri non solo trascuravano, ma erano del tutto all'oscuro dell'esistenza di un ruolo educativo paterno: la storia dell'Occidente è una storia di uomini cresciuti da piccole comunità di donne.

Possiamo proprio dire a questo punto che che le Rappresentazioni Sociali, che ci sembrano così reali, sono in realtà il prodotto della storia e degli errori che con essa si tramandano. Ne Il Fu Mattia Pascal Pirandello racconta di come, passato del tempo, cose di cui una volta eravamo assolutamente sicuri e certi si rivelino tutt'altro che ovvie, ma anzi come veri e propri errori di giudizio. Siamo davvero disposti noi tutti, scienziati, cittadini, umani, ad assumerci ora la responsabilità di questo grosso errore?

Il pregiudizio ha costi sociali e umani enormi. Cox, una docente dell'Università del Madison-Wisconsin, nel 2010 sostiene che psicologi sociali e psicologi clinici, gli uni sul versante dello stereotipo e gli altri su quello della depressione, stanno trattando cose simili, perché lo schema di Sé e lo stereotipo si assimilano: lo stereotipo, che può essere sociale, interpersonale o addirittura intrapersonale, si radica nell'identità delle persone che ne sono colpite e diventa un nucleo depressivo; i tassi di distress (detto Minority Stress, ossia lo stress che deriva dall'appartenere a una minoranza) e di depressione sono elevati in particolare nei maschi omosessuali, e questi valori anomali hanno conseguenze a livello di salute pubblica. Allo stesso tempo Diamond, professoressa dell'Università dello Utah, su Perspective on Psychological Science nel 2007 studia come lo sviluppo dell'identità lesbica sia tutt'altro che lineare, ma vada incontro a scossoni della portata di vere e proprie catastrofi; crisi, riformulazioni, ristrutturazione, transizioni sono i momenti in cui si dipana il difficile percorso di accettazione dell'essere lesbica. Sul Journal of Applied Social Psychology, Shenkman e collabortori dell'Università di Tel Aviv pubblicano nel 2013 uno studio condotto in Israele sullo Hostile-World-Scenario e sugli effetti che l'ostilità in quanto fatto sociale ha sulla salute mentale di gay ed eterosessuali; il risultato è che i gay sono esposti a più fattori di rischio. Ancora su Perspective on Psychological Science, nel 2013, Lick, professore dell'Università della California sottolinea che gay e lesbiche hanno più problemi di salute mentale a causa dell'omofobia interiorizzata e delle vittimizzazioni, con ricadute anche sulla salute fisica in termini di maggiore esposizione al cancro. Sull'American Journal of Public Health, nel 1998, Faulkner, professoressa dell'Università del Massachussets, dimostra che gli studenti che dichiarano di avere avuto contatti omosessuali sono stati vittimizzati con più frequenza, usano più alcol e droghe e riportano una maggiore predisposizione a comportamenti suicidari. Molti fatti di cronaca, tristemente, confermano.

Ecco che possiamo guardare a un interrogativo fondamentale, da rivolgere alle Scienze Sociali: perché legalizzare le relazioni che avvengono nell'alveo della famiglia omosessuale?  Wittgesnstein usava un termine per definire le situazioni non definite, i cui confini non sono noti: gioco. La vita affettiva, relazionale, i rapporti dei genitori omosessuali con i propri figli, dei figli con i genitori omosessuali, l'amore, tutto questo, attualmente, socialmente è un gioco. Secondo Li, professore dell'Università del Wayne, l'imperativo di sposarsi, gli obblighi familiari, il ruolo di genere desiderato, le esperienze emozionali e il bisogno di appartenenza informano l'identità sessuale degli adulti; sempre in questo articolo, pubblicato dalla rivista Culture, Health and Sexuality, le identità omosessuali risultano frammentate, fluidificate dall'assenza di riconoscimento sociale. Holtzman, professoressa della Ball State University, nel 2011 su Family Relations constata che la legislazione riconosce i legami di sangue come più importanti di quelli di attaccamento, dando così una definizione della famiglia che non permette di preservare i diritti del bambino. Vale la pena ribadirlo: non riconoscere l’affetto come nucleo di una relazione mette a rischio i bambini. Rosqvist, professoressa dell'Università svedese di Umea, nel 2011 ha pubblicato su Historical and Political Sociology ha riportato uno shift semantico nella stampa gay dalla metà dei '50 alla meta degli '80 nell'uso della parola "uomini sposati" che arriva a includere "uomini sposati con uomini" e "uomini bisessuali", mentre gay è un termine a parte: moltiplicare le figure di identità riconosciute a livello sociale permette a tutti un’identificazione assai più salutare. Falletti, un'altra cervello in fuga, nel 2014 afferma su Family Court Review che la mancanza di protezione per i figli degli omosessuali blocca la mobilità nell'UE e crea contraddizioni con il principio della protezione degli individui e della libera circolazione. Su Social Forces nel 2005 Butler, professoressa dell'Università dell'Iowa, pubblica uno studio epidemiologico che mostra come dopo la legalizzazione delle unioni ci sia stato aumento delle regolarizzazioni, in particolare di donne, e non solo giovani; a dimostrare l’enormità del bisogno che rimane inascoltato dalle istituzioni.

La domanda che desidero porre ora però è se siamo davvero così daltonici, noi italiani, come appare dai sondaggi. Secondo una ricerca la religiosità influisce sull'atteggiamento nei confronti dei ruoli sessuali e dell'appoggio alle questioni dei diritti civili degli omosessuali; dal 1996 al 2006, però, il potere esplicativo della religiosità cala, mentre rimane il fatto che tradizionalismo e apertura alle questioni civili correlino negativamente. Da un'indagine Eurispes del 2013 emerge che l'82% degli italiani non ha atteggiamenti diversi nei confronti degli omosessuali, il 51% degli intervistati dichiara che l'amore omosessuale è uguale a quello eterosessuale e il 20% è favorevole alle unioni civili, il 41% al matrimonio. Il rapporto ISTAT 2012 mostra che il 61% degli italiani ritiene che gli omosessuali siano discriminati, e quasi il 75% è in disaccordo con frasi omofobiche quali "l'omosessualità è una malattia" o "l'omosessualità è una minaccia per la famiglia" e il 62% è d'accordo con la parificazione dei diritti. Un 62% di persone i cui valori non hanno cittadinanza.

Ecco perché siamo qui. Su Insights for Policies from Behavioural Brain Science nel 2014 Oishi, professore dell'Università della Vorginia, pubblica i risultati di un Self-report sulla felicità in cui si tracciano bene le condizioni economiche e la sofferenza della società, che possono fungere da criteri di valutazione delle politiche pubbliche: a livello tecnico, così come i report economici danno indicazioni generali sull'efficacia delle politiche anche i self report sul benessere danno indicazioni su specifiche politiche. Su Perspectives on Psychological Science nel 2008 Inglehart, professoressa dell'Università del Michigan, afferma che se da un lato la felicità è soggettiva, d'altra parte è vero che esistono dei set point condivisi socialmente: dal 1988 al 2007 la felicità è cresciuta in quegli stati USA dove si sono adottate politiche libertarie

E i bambini? Chi pensa ai bambini? Ferrari nel 2014 sottolinea come sia una tautologia circolare e complessa quella che si crea tra binarismo, complementarietà di genere e finalità procreativa della sessualità. Bastianoni e Baiamonte nel 2014 mostrano come le famiglie presentino varie peculiarità: differenze per nuclearità (monoparentali, nucleari e multinucleari), differenze per generatività (affidatarie, adottive, comunità familiari, biologiche), per appartenenza etnica (multietniche, monoetniche), differenze per provenienza geografica (immigrate, autoctone), differenza per orientamento sessuale (omogenitoriali, eterogenitoriali). Non esiste una sola famiglia, ne esistono già molte e diversificate. Famiglie omo- ed eterosessuali sono gruppi diversi, e la grande differenza sta nel fatto che solo le prime sono soggette a stereotipi. Dalle ricerche non emerge nessuna differenza in termini di salute mentale e capacità cognitive nei figli e figlie di omosessuali, sia gay che lesbiche; vi è solo più difficoltà nel contatto fisico e nella fiducia negli altri da parte di donne cresciute da coppie di uomini gay. Non ci sono differenze tra figli adottati da coppie omo- ed eterosessuali nell'attaccamento, l'attaccamento dipende dalla soddisfazione della propria vita da parte dell’adolescente, dalla soddisfazione di relazione dei genitori, dal numero di tentativi precedenti di adozione e dall'età dell'adolescente; la soddisfazione di vita dell'adolescente e l'attaccamento possono essere considerati indici di benessere.

Detto questo, non rimane che l'invito a superare le Rappresentazioni Sociali dell'omosessualità e ad avvicinarsi di più a ciò che le Scienze ci dicono a riguardo, per fondare su queste la Rappresentazione Istituzionale dell'omosessualità. Le credenze su cui si fonda oggi l'attuale quadro normativo è una sorta di Cattiva Medicina di Stato, un repertorio di strumenti che obbliga a curarsi di sé e del proprio benessere facendo appello solo alle proprie risorse personali, senza poter fare affidamento su un principio attivo visibile, presente, operante. Abbiamo mostrato come le i rappresentanti istituzionali siano molto soli nel promuovere la Rappresentazione Sociale dell'omosessualità fondata sul pregiudizio: l'intelligenza civile degli italiani merita maggiore cittadinanza.