youth mentor, social researcher, learning specialist, author, neuro-educational specialist, counselor, HRD consultant, trainer, evaluative researcher








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apprendimento efficace: avere piena padronanza delle teorie sull’apprendimento oggi, nella cosiddetta “società dell’informazione”, è essenziale, perché permette di distinguere tra formazione come pura formalità e formazione come investimento per un reale miglioramento. A tal proposito ho sviluppato un modello di apprendimento in contesti reali, il modello COMP.ASS., utile anche per la valutazione dell’efficacia formativa.

ricerca valutativa: la classica distinzione tra ricerca qualitativa e ricerca quantitativa non ha oggi più ragion d’essere; se la ricerca esce dalla torre d’avorio in cui è rinchiusa e si presta al servizio delle organizzazioni e delle persone, numeri e parole diventano i mattoni di una conoscenza sistemica e approfondita dei fenomeni. Questo è dunque la ricerca valutativa: uno strumento di pianificazione e riprogettazione efficiente.


youth mentoring: gli adolescenti oggi appaiono come delle casseforti inaccessibili, l’età in cui si rivendica un’autonomia dai genitori si è anticipata; spesso, però, rimane il dubbio che siano davvero in grado di cavarsela da soli come vorrebbero. Lo youth mentoring è un tipo di formazione che va in profondità nella relazione con l’adolescente e gli/le fornisce uno spazio per esprimersi ed elaborare le esperienze con maggiore autocoscienza.

innovazione delle metodologie di ricerca: l’attitudine al system thinking mi ha fatto avvicinare alle tecniche di modellizzazione dei sistemi complessi (organizzazioni, gruppi, comportamenti collettivi) e all’implementazione di metodologie di ricerca ibride.

LA SEDICENTE…

…guerra all'Occidente, fatta di numeri inconsistenti (1) e di una comunicazione efficientissima (2), nasce dal ritardo culturale nella messa in atto delle misure volte all'integrazione (3); intensificare la risposta manu militari alle provocazioni derivanti dallo Stato Islamico potrebbe davvero innescare un circolo vizioso di problemi sempre più difficili da gestire (4). 

(1)
Occorre osservare che le vittime per terrorismo islamista si mantengono sotto 100 unità fino al 2000; si registra poi un picco di quasi 3 mila morti per l’attentato alle Twin Towers dell’11 settembre 2001 e un aumento significativo del loro numero con l’invasione dell’Iraq, che si mantiene in ogni caso al di sotto di 2 mila morti fino al 2011, anno che segna l’inizio della guerra civile in Siria: si passa rapidamente dalle circa 5 mila vittime per attentati terroristici del 2012 a 18,3 mila morti del 2014, che subiscono una lieve flessione nel 2015 (18,1 mila; tutti gli attentati terroristici di ogni natura raggiungono nel 2015 la quota più elevata di circa 30 mila vittime).

[…]
Viceversa, si può sostenere - in estrema sintesi e semplificazione - che è in corso nel teatro siriano e iracheno una guerra civile sanguinosa (si stimano 270 mila morti), combattuta prevalentemente da milizie locali e irregolari per procura delle due grandi potenze del Golfo, Arabia Saudita e Iran, che si disputano l’egemonia energetica e finanziaria della regione, anche per storiche rivalità etniche e religiose che consentono loro di orientare e controllare le altre grandi comunità sunnite e sciite del Medio Oriente, dell’Asia meridionale e del Nord Africa.
[…]
Dichiarare in Europa, alla luce di queste premesse, la “guerra al terrorismo” nasconde in realtà il tentativo di rispondere in maniera strumentale alla domanda di sicurezza dei propri elettori, allarmati per flussi migratori che, tuttavia, non hanno alcun rapporto con gli attentati in alcuni paesi europei, compiuti in gran parte da migranti di seconda generazione - spesso con passaporto europeo -, dai foreign fighters di ritorno e in generale da “lupi solitari” (il 70% degli attentati terroristici in occidente(3)).

http://stradeonline.it/istituzioni-ed-economia/2205-terrorismo-islamico-la-vera-guerra-non-e-in-europa

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(2) È proprio questa immanenza virtuale del pericolo, la possibilità dell’attacco del pescecane che potrebbe essere ovunque e assalirti anche a Praia a Mare mentre sei in acqua e pensi: “Figurati se adesso lo squalo bianco viene da Messina giusto qui”; è esattamente questo il detonatore del terrore che le stragi dell’Is sono riuscite a diffondere in questo luglio di sangue (una sorta di Sindrome dello Squalo Itinerante o Psicosi da Squalo di Praia a Mare, ecco).

Nessun posto è sicuro, ce l’hanno detto e ripetuto, manco poi da soli non ci arrivassimo (infatti ogni tanto ce lo chiedevamo, come mai tutti quei militari nelle stazioni con le tute mimetiche e i mitra a tracolla). Il nuovo terrore è (ma soprattutto può essere) ovunque. Attacca indiscriminatamente persone e cose. Non ha più bisogno di luoghi né di personalità simboliche da colpire. Non si serve più neanche necessariamente di bombe e di armi da fuoco: uccide con i machete, i coltelli, addirittura con i camion.

Abbiamo a che fare con una tendenza stragista fondata sul libero subappalto del massacro con affiliazione successiva. Come si fosse inaugurata una forma di franchising del terrorismo in cui l’assegnazione del brand Stato islamico avviene a posteriori, per meriti di guerra conseguiti sul campo.

http://espresso.repubblica.it/plus/articoli/2016/08/05/news/le-vacanze-al-tempo-dell-is-1.279756?ref=HEF_BOX

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(3) E non si prosciugherà mai l’habitat del fondamentalismo e dunque del terrorismo se non si procede alla integrazione degli immigrati, le cui ondate potranno essere limitate ma certo non bloccate. È inevitabile che tra tre o quattro o cinque generazioni gli immigrati o i loro figli e nipoti nati in Europa saranno la maggioranza della popolazione. Il problema è se saranno stati integrati ai valori di libertà civili e democrazia di cui l’Occidente si riempie la bocca ma che gli establishment infangano ogni giorno, oppure se saranno restati ghettizzati in comunità con valori premoderni che vinceranno per numero.

Ma integrare significa assimilarli uti singuli, dunque impedire che nascano i ghetti, e garantire che ciascuno possa davvero godere di quella “liberté, égalité, fraternité” che dovrebbe essere trama e tessuto della vita quotidiana repubblicana. Altrimenti, se questa eguale cittadinanza non è l’identità da ciascuno quotidianamente vissuta, è inevitabile che ciascuno cerchi in identità parziali e vicarie, di fede sangue suolo, il proprio riconoscimento, la propria (distorta) dignità.

http://temi.repubblica.it/micromega-online/guerra-allisis-azioni-o-proclami/

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(4) Se tuttavia il governo unitario dovesse fallire questa missione si aprirebbero scenari di grave instabilità per il Paese. «Il problema – conclude Toaldo – non è tanto una eventuale divisione della Libia in due o tre, quanto il collasso del governo centrale e lo spezzettamento del Paese in decine di città-stato, senza economia del petrolio e con solo l’economia informale e illegale a sostenerlo». In un quadro caotico del genere il controllo dell’immigrazione diverrebbe impossibile – già ora pare che nella stessa Tripolitania varie fazioni fedeli al governo Serraj, teoricamente alleato dell’Occidente, sopravvivano grazie al traffico di esseri umani – la pacificazione nazionale un lontano miraggio e lo Stato Islamico, appena sradicato, potrebbe tornare nuovamente a prosperare nell’anarchia.

http://www.linkiesta.it/it/article/2016/08/12/libia-sconfitto-lisis-cominciano-i-guai-veri/31462/

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