youth mentor, social researcher, learning specialist, author, neuro-educational specialist, counselor, HRD consultant, trainer, evaluative researcher








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apprendimento efficace: avere piena padronanza delle teorie sull’apprendimento oggi, nella cosiddetta “società dell’informazione”, è essenziale, perché permette di distinguere tra formazione come pura formalità e formazione come investimento per un reale miglioramento. A tal proposito ho sviluppato un modello di apprendimento in contesti reali, il modello COMP.ASS., utile anche per la valutazione dell’efficacia formativa.

ricerca valutativa: la classica distinzione tra ricerca qualitativa e ricerca quantitativa non ha oggi più ragion d’essere; se la ricerca esce dalla torre d’avorio in cui è rinchiusa e si presta al servizio delle organizzazioni e delle persone, numeri e parole diventano i mattoni di una conoscenza sistemica e approfondita dei fenomeni. Questo è dunque la ricerca valutativa: uno strumento di pianificazione e riprogettazione efficiente.


youth mentoring: gli adolescenti oggi appaiono come delle casseforti inaccessibili, l’età in cui si rivendica un’autonomia dai genitori si è anticipata; spesso, però, rimane il dubbio che siano davvero in grado di cavarsela da soli come vorrebbero. Lo youth mentoring è un tipo di formazione che va in profondità nella relazione con l’adolescente e gli/le fornisce uno spazio per esprimersi ed elaborare le esperienze con maggiore autocoscienza.

innovazione delle metodologie di ricerca: l’attitudine al system thinking mi ha fatto avvicinare alle tecniche di modellizzazione dei sistemi complessi (organizzazioni, gruppi, comportamenti collettivi) e all’implementazione di metodologie di ricerca ibride.

NEL COMPLICATO SCACCHIERE…

…composto da Siria, Iraq e Libia, sotto le influenze di Stati Uniti (1), Russia (2) e fronte anti-jihadista (3), dopo una fase di ritiro l'ISIS ha optato forse per un cambio di strategia (4), ripiegando sulla paura (5).

(1) Sono le ultime settimane della presidenza Obama e la Casa Bianca, anche per rispondere alle sortite di Trump, fa il bilancio sulla lotta allo Stato Islamico. I collaboratori forniscono dati che vanno accolti per quello che sono: non c’è dubbio che la coalizione a guida USA ha inferto colpi agli uomini del Califfo, ma il movimento continua a rappresentare una minaccia. Mobile, flessibile, articolata. Nel solo 2016 ha condotto 1036 azioni kamikaze in Siria, Iraq e Libia.
[…]
Andando oltre le oltre tabelle, è stata importante l’azione contro il network che coordina i terroristi in Occidente. La coalizione ha dedicato risorse per colpire diversi referenti e militanti, facilitatori di missioni, reclutatori, addetti allo strategico dipartimento media. Gli ultimi sono caduti pochi giorni fa, tre elementi collegati alle cellule che hanno agito in Francia e in Belgio. Ma insieme ai comprimari hanno fatto fuori molti capi, come Abu Mohamed al Adnani. Solo il tempo dirà quanto il target killing abbia inciso sulla proiezione esterna dell’Isis che, attraverso esponenti — spesso europei — rappresenta una fonte di ispirazione per simpatizzanti e seguaci.

http://www.corriere.it/esteri/16_dicembre_15/amministrazione-obama-guerra-isis-4c45557e-c268-11e6-bb17-ed756927e6e7.shtml

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(2) Il conflitto vede lo schieramento di al-Assad entrare trionfante sulle macerie del proprio Paese, spalleggiato dalla Russia. Putin ha giustificato l’intervento come mossa preventiva contro l’ISIS, ma è stata criticato duramente per aver attaccato i gruppi ribelli contro al-Assad, bombardando città come Homs, Latakia e Hama, in cui non era presenta nessuna traccia del Califfato. Dall’altra parte della barricata vediamo un’alleanza capeggiata dagli Stati Uniti, insieme a una coalizione NATO di cui fanno parte Italia, Francia, Gran Bretagna e Turchia. La stessa Turchia del presidente Erdoğan, che precedentemente dichiarò di volere anch’egli combattere la minaccia dello Stato Islamico, quando invece fu accusato di aver bombardato i peshmerga separatisti nel Kurdistan e di aver favorito l’adesione di miliziani in transito dal territorio turco all’ISIS.

http://www.liberopensiero.eu/2016/12/20/yemen-e-la-guerra-che-nessuno-racconta/

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(3) A più di un mese e mezzo dall’inizio dell’offensiva su Mosul, la campagna militare si sta trasformando in una tragedia. Le forze armate stanno avanzando molto a fatica. Sono composte da curdi, esercito iracheno, milizie sciite e un numero consistente di sunniti. Nessuno può dire se questo sodalizio durerà anche dopo la guerra. Si parla di circa una ventina di quartieri liberati su 60 quartieri che compongono la città. L’offensiva ha avuto inizio nella parte orientale della città, mentre gli altri fronti, da nord e da sud sono più o meno in fase di stallo.
[…]
La Libia è senza Stato ed è già infettata dal terrorismo jihadista, lo Yemen e il Sinai potrebbero essere mete interessanti per il Califfato. Se la pressione militare avrà successo e Mosul sarà liberata, l’Isis potrebbe spostare il proprio centro di gravità altrove. A questo punto, tra i mille problemi che questo fatto farà sorgere, vi è quello dei migliaia di jihadisti che saranno costretti a ritornare nei Paesi di origine da dove erano partiti.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/12/06/lisis-e-gli-attacchi-a-mosul-quando-finira-la-strage-di-civili/3238849/

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(4) Una fase in cui l'organizzazione terroristica, provata dalle sconfitte subite sul campo e da perdite ormai insostenibili, si prepara a rinunciare al controllo dei territori estesi tra la capitale siriana di Raqqa e quella, assediata, di Mosul. Un ritorno, insomma, a quella tipica struttura asimmetrica, tipica di ogni organizzazione terroristica, a cui anche l'Isis s'uniformava prima della proclamazione del Califfato da parte di Abu Bakr Al Baghdadi. Con il ritorno all'asimmetria promette di venir meno, però, anche l'utilità dei volontari europei attirati in Siria e Iraq in base a progetti che prevedevano l'inarrestabile espansione del Califfato.

http://www.ilgiornale.it/news/politica/primo-attacco-nuovo-isis-perso-califfato-guerra-europa-1344624.html
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(5) Il quarto rapporto della Carta di Roma documenta 1622 notizie dedicate al tema dell’immigrazione, una crescita di oltre il 10%, rispetto al 2015, 100 volte superiore rispetto al 2013, mentre nei tg assistiamo ad un calo del 26% rispetto al 2015. Si può dire che l’attenzione è costante, ma non si registrano più i picchi di attenzione del 2015 e i toni allarmisti virano verso un fenomeno ormai considerato “quasi” normale. La paura dell’altro come minaccia alla propria identità, al proprio lavoro, alla propria cultura non accenna a declinare e assume, sui social media, «una sguaiata deumanizzazione del linguaggio: compaiono insulti razzisti e sessisti violentissimi». Secondo Alessandra Morelli dell’Unhcr – già rappresentante in Somalia – «bisogna mettere in dialogo la paura di chi fugge con quella di chi accoglie e scardinare il nesso che troppo spesso lega i rifugiati alla tematica della sicurezza. Va promossa una dialettica positiva che punti al capitale umano e alle risorse che ciascuno porta con sé, anche coloro che fuggono da violenze, guerre e oppressione».
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«Una corretta informazione ‒ spiega Alessandra Morelli ‒ diventa così strumento indispensabile per poter contestualizzare la situazione, mettendo in prospettiva cifre e dati che vanno interpretati alla luce di una realtà globale per poter andare oltre una narrativa negativa e di paura che troppo spesso vede associato lo straniero a uno stato di illegalità, vincolandolo a un tema di sicurezza». Siamo abituati ai grandi numeri, a persone senza volto, ma cosa si può fare a livello individuale, orizzontale, quotidiano? «Bisogna guardare ai sogni di futuro che ciascuno porta con sé. Riscoprire e valorizzare i talenti di chi viene nei nostri Paesi e nelle nostre città alla ricerca di quella pace che ha perduto a casa propria».

https://www.cittanuova.it/la-paura-dei-migranti/

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