youth mentor, social researcher, learning specialist, author, neuro-educational specialist, counselor, HRD consultant, trainer, evaluative researcher








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apprendimento efficace: avere piena padronanza delle teorie sull’apprendimento oggi, nella cosiddetta “società dell’informazione”, è essenziale, perché permette di distinguere tra formazione come pura formalità e formazione come investimento per un reale miglioramento. A tal proposito ho sviluppato un modello di apprendimento in contesti reali, il modello COMP.ASS., utile anche per la valutazione dell’efficacia formativa.

ricerca valutativa: la classica distinzione tra ricerca qualitativa e ricerca quantitativa non ha oggi più ragion d’essere; se la ricerca esce dalla torre d’avorio in cui è rinchiusa e si presta al servizio delle organizzazioni e delle persone, numeri e parole diventano i mattoni di una conoscenza sistemica e approfondita dei fenomeni. Questo è dunque la ricerca valutativa: uno strumento di pianificazione e riprogettazione efficiente.


youth mentoring: gli adolescenti oggi appaiono come delle casseforti inaccessibili, l’età in cui si rivendica un’autonomia dai genitori si è anticipata; spesso, però, rimane il dubbio che siano davvero in grado di cavarsela da soli come vorrebbero. Lo youth mentoring è un tipo di formazione che va in profondità nella relazione con l’adolescente e gli/le fornisce uno spazio per esprimersi ed elaborare le esperienze con maggiore autocoscienza.

innovazione delle metodologie di ricerca: l’attitudine al system thinking mi ha fatto avvicinare alle tecniche di modellizzazione dei sistemi complessi (organizzazioni, gruppi, comportamenti collettivi) e all’implementazione di metodologie di ricerca ibride.

ALTRO CHE DESIGN: QUI CI SONO PUTTANE E SPACCIATORI!

È da poco finita la Digital Week milanese che subito si sono aperti i cantieri del Salone del Mobile; eventi che conservano a Milano un posticino nel firmamento delle grandi metropoli influenti a livello internazionale, e che ogni hanno ridisegnano la geografia del territorio in termini di importanza relativa delle diverse zone. Questa qui sotto è un'immagine che raffigura la curva di diffusione delle innovazioni; potrebbe essere tranquillamente riscritta come la curva che descrive la nostra tendenza ad annoiarci delle novità, quella che gli economisti ancient régime definivano la questione della "marginalità". Potremmo riscriverla anche come l'epopea di Porta Genova (diventata mainstream già da qualche anno) e l'epopea di Ventura (che nel giro di un paio di anni sarà considerata più Salone del Salone stesso); ecco perché l'esercito di designer, architetti e artisti che ogni anno cala su Milano cerca sempre nuove zone di espansione, aria di novità. Quest'anno tocca a NoLo, la zona a Nord di Loreto (da cui il nome).


Curva di diffusione delle innovazioni
NoLo è il nome di una delle Social District più attive di Milano, o comunque di una di quelle che al momento sta riuscendo meglio a far sentire la propria voce. Nello schema redatto da uno dei suoi fondatori e animatori, Daniele Dodaro, risulta che l'area della Social District è considerabile più come una sfera di influenza che un vero e proprio territorio delimitato, e che parte dallo spicchio che va da Loreto e viene compreso tra viale Brianza/Lunigiana e via Costa/Palmanova. In mezzo ci sono viale Monza e via Padova, che in maniera interessante sono rappresentative di due territori diversi, così tanto che risulta difficile non ricalcarci sopra una delle antinomie più archetipiche per il genere umano: quella tra bene e male.


La mappa di NoLo, "rubata" dalla pagina Facebook della Social District
Dato il lavoro di ricerca che stiamo conducendo in via Padova con CORE-lab e Centro NEPSI, non possiamo non posizionarci come osservatori privilegiati dei fenomeni e dei processi in atto. Come spesso accade, i processi di rivitalizzazione, ricostruzione, risignificazione dei luoghi, quello che viene definito da alcuni colleghi del Politecnico place-making, a volte hanno in filigrana un processo di gentrificazione. Cos'è la gentrificazione? Prendi un posto, uno di quelli ormai degradati, in cui il settore secondario è sparito lasciando scheletri edilizi; se affitti casa lì i prezzi saranno bassi, la gioia di studenti e artisti. Finita l'università alcuni vanno via, altri invece si innamorano dello spirito industrial del luogo e rimangono, aprendo un locale, un barber shop, un luogo di ritrovo per giovani che condividono un'estetica generazionale. Siccome sono giovani istruiti e proattivi, inizieranno anche a fare progetti belli, e a rendere il quartiere più vivibile e socialmente interessante. Il valore degli immobili sale, lo squallore si allontana e cambia zona.

Nella Social District di NoLo, tuttavia, è chiara l'esistenza di un confine invisibile, di una linea tratteggiata che confina la gentrificazione nella parte cis- di viale Monza; nell'altra, che si estende fino al confine con il Municipio 3, è tutta un'altra storia. Sì, perché se viale Monza è stata durante il '900 una via di passaggio, di transito verso Sesto San Giovanni e, appunto, Monza, di proliferazione di piccole fabbriche, via Padova è stata la via delle migrazioni, prima venete, poi pugliesi, calabresi, siciliane.

L'imbocco di via Padova nei primi del '900 (grazie per la segnalazione)
Tuttavia, si è trattato - e si tratta - di migrazioni particolari, che hanno sempre riguardato persone semplici, di ceto medio-basso, spesso provenienti da un retroterra agricolo. Osservando attraverso una prospettiva rizomatica i processi sociali che hanno portato alle attuali configurazioni (e alle attuali differenze) tra viale Monza e via Padova, possiamo dire che la prima sia un luogo di sosta di persone padrone del futuro, nel senso che hanno il potere di importare, incorporare nel territorio processi legati alla post-modernità, come la gentrificazione, appunto; via Padova, invece, è un luogo in cui vengono a radicarsi persone che sono già sovrastate da una lunga storia, che ne proietta le identità nel passato novecentesco più che nel futuro.

La Roma descritta da Pasolini
Di fronte alle sollecitazioni importate dal design internazionale nella NoLo-bene, diventa sensato domandarsi cosa vogliamo farne di quel brutto di via Padova. Perché se è vero che risulta grottesco, per il nostro gusto, assistere alla lite tra una transessuale e un magrebino (un riferimento non casuale), d'altro canto è vero che non possiamo non assumere uno sguardo pasoliniano nel raffrontarci a quel popolo, alle sue contraddizioni, alle sue difficoltà. Via Padova non può essere dis-locata; la sfida, politica ma soprattutto culturale, è trovare dei modi per preservare queste erbacce, governare le dinamiche sociali partendo dal dato di realtà e rimanendo il più possibile aderenti a quel livello di brutto autentico che, se siamo un po' sinceri, dopotutto portiamo tutti dentro.