L’EMERGENZA DI UNA NUOVA…

…possibile alchimia di Governo (1) ha avviato una crisi di governo a metà (2): da un lato il #PD evita le nuove elezioni e (3) apre alle trattative con il #M5S, anche se questo lo avvicina alla spaccatura (4), dall’altro la #Lega, con un colpo di teatro (5), si dà disponibile a votare per una riforma costituzionale che entrerà in vigore nel 2023 (6), rivelando la volontà di fatto di mantenere lo status quo (7). Perno (schiacciato) di tutta la vicenda è il M5S, che rimane su posizioni difensive, evitando di giocarsi carte che pure lo farebbero rimontare nei consensi (8).


Crisi a corte, Anwar-i-Suhaili, 1596


(1) La formula #M5S-#PD-#Leu avrebbe la maggioranza al #Senato e potrebbe portare avanti l’idea di un #Governo di legislatura. Spunti da Alessandro D’Amato su Nextquotidiano.

«La trattativa M5S-PD per il governo quindi è in fase di partenza. Con un protagonista: Nicola Zingaretti. Perché i grillini non vogliono trattare con Renzi, di cui stigmatizzano anche la nascita di nuovi gruppi parlamentari in vista del lancio del suo nuovo partito. E perché i numeri ci sono: spiega oggi Goffredo De’ Marchis su Repubblica che ueri per tutta la giornata si sono rincorsi i numeri, partendo dallo schema della conferenza dei capigruppo che ha visto l’inedita alleanza Partito democratico-5 Stelle-Leu contrapposta a Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia.
[…]
Il terrore delle urne e quindi del ridimensionamento drastico degli eletti a 5 Stelle porta il MoVimento sul tavolo della trattativa con il Partito Democratico. Per il quale scende in campo un grande elettore di Zingaretti, Goffredo Bettini, che in un’intervista al Corriere della Sera propone non un governo istituzionale ma uno di legislatura: «È un tentativo difficilissimo ma dobbiamo provarci. La bonifica del terreno sul quale si sono gonfiate le vele del sovranismo passa attraverso questo sforzo. Certo, prima vanno create le condizioni, che impongono un confronto senza sconti sul passato e sui programmi futuri, soprattutto tra noi e i Cinque Stelle».»

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(2) Se da un lato nasce una nuova #alleanza spuria in #Senato (#M5S e #PD), dall’altra #Salvini non ritira i #Ministri e non causa la #crisi di governo. Spunti da Antonio Polito su Il Corriere.


«La sua volontà di accelerare la distruzione del governo di cui fa ancora parte viene però bocciata dall’aula, che lo mette in minoranza (in fin dei conti dispone solo del 17% dei seggi): il calendario è votato da un’alleanza nuova e spuria, che mette insieme Cinquestelle e Pd e tutti quelli che non vogliono essere mandati a casa dal ministro degli Interni (sono molti, anche in Forza Italia, ancora in attesa di sapere se verrà ammessa nella coalizione in caso di elezioni).

Sembrerebbe profilarsi una sconfitta tattica per Salvini. Quella che un’ora prima del dibattito ha annunciato in conferenza stampa Renzi, vero e proprio regista dell’operazione Tutti Contro Matteo (l’altro). Ricuce con Zingaretti, accetta il lodo Bettini, e si dice convinto che la nuova maggioranza comparsa ieri al Senato possa diventare politica, darsi un programma, formare un nuovo governo, durare l’intera legislatura ed eleggere il successore di Mattarella nel 2022. Una specie di «contratto-bis»: così come Cinquestelle e Lega si allearono dopo essersi combattuti alle elezioni, ora potrebbe succedere lo stesso tra Cinquestelle e Pd che dopo le elezioni si respinsero sdegnati.»

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(3) Mentre #Renzi è pronto a presentare un progetto secessionista dal #PD, #Zingaretti invita a rimanere uniti per non consegnare l’#Italia alle #destre. Spunti da Globalist.


«Matteo Renzi ha detto ai suoi che è necessario passare subito all’azione: “Azione Civile” (o come si chiamerà visto che Ingroia ha già protestato in quanto proprietario del marchio, ndr) è il progetto che l’ex premier metterà in campo già da oggi per separare dal Pd un nuovo gruppo parlamentare che dia pieno sostegno a un Governo istituzionale, affidato a una figura terza, un tecnico, che non solo impedisca di andare al voto in autunno, ma guardi all’obiettivo 2023, alla fine della legislatura, lo racconta sull'Huffingtonpost Carlo Renda.
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Il rischio di dividerci "significherebbe", sottolinea Zingaretti "regalare l'Italia alla destra, invece noi dovremmo combattere forte. C'è una crisi di governo in cui tempi e modi verranno decisi nelle prossime ore e poi ci sarà il Presidente della Repubblica Mattarella, non Salvini, che deciderà i tempi e le scadenze".»

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(4) Il #PD non difende in modo chiaro il diritto e dovere di lavorare per ricreare una nuova #maggioranza, ma si lascia assorbire dallo scontro tra #Renzi e #Zingaretti. Spunti da Annalisa Andreoni su Hugfington Post.


«Non c’è niente da fare, i dirigenti del Pd non riescono ad andare d’accordo nemmeno quando cambiano idea: lo fanno tutti nello stesso momento e, com’è ovvio, vanno in testacoda. Renzi, che oltre alla colpa di aver distrutto la sinistra e di aver portato il partito al 18 %, ha la responsabilità di aver impedito un anno fa la nascita di un governo con il M5S, offrendo a Salvini il palcoscenico nazionale che gli ha permesso di raddoppiare di dimensioni, improvvisamente si ricrede e lancia la proposta di far nascere un governo adesso.
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Se cediamo al ragionamento populista di Salvini, che pretende di votare dodici mesi dopo le scorse elezioni solo perché secondo i sondaggi il suo partito (che, non dimentichiamolo, in Parlamento ha solo il 17 %) ha aumentato i voti, dovremmo mettere in conto poi di andare al voto un’altra volta, magari appena altri sei mesi dopo, se solo ci fosse un altro partito che per qualche motivo aumenta nei sondaggi.»

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(5) Il colpo di scena di #Salvini sulla disponibilità a votare la riduzione dei parlamentari ha provocato non poche onde d’urto politiche, ma di fatto è inconsistente. Spunti da Giulia Giacobini su Wired Italia.


«Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia chiedevano che la mozione si votasse subito. Anna Maria Bernini, capogruppo dei forzisti, proponeva di programmare il voto per la stessa giornata di ieri. Il Partito democratico e il Movimento 5 stelle, invece, erano favorevoli a rinviare questa data alla settimana prossima. Nella seduta di ieri, 13 agosto, al voto di Palazzo Madama è prevalsa quest’ultima linea ed è stato deciso che Conte riferirà in Senato il 20 agosto.
[…]
Matteo Salvini ha accettato (o meglio, come vedremo tra poco, fatto finta di accettare) la proposta di Luigi Di Maio di approvare, in ultima lettura alla Camera, la riforma costituzionale sul taglio dei parlamentari e poi andare al voto.

L’annuncio ha sorpreso un po’ tutti, dagli analisti ai suoi ex alleati di governo. Stefano Patuanelli, capogruppo del Movimento 5 stelle al Senato, ha risposto chiedendo di ritirare la mozione di sfiducia a Conte. Luigi Di Maio, prima, ha rilanciato, proponendo anche di dimezzare gli stipendi dei parlamentari. In un secondo momento ha fatto un passo indietro e accusato Salvini di essersi infilato in un vicolo cieco, definendo la sua una “mossa della disperazione”.»

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(6) Per quanto sentita come urgente, la #riforma costituzionale che porterebbe alla riduzione dei #parlamentari avrebbe un #iter molto lungo, che porta fino al 2020. Spunti da Francesco Clementi su Il Sole 24 Ore.


«Il testo presentato di riduzione del numero dei parlamentari, che avvia l'iter al Senato il 10 ottobre 2018, è stato assai rapido nel suo percorso e si è arrivata a calendarizzare alla Camera dei Deputati per il 9 settembre – da ieri anticipata al 22 agosto – la quarta lettura costituzionalmente prevista ai sensi dell'articolo 138 della Costituzione, che tuttavia non può più impedire che l'eventuale referendum, posto che già la terza lettura del testo è stata approvata dal Senato con una maggioranza inferiore ai 2/3 prescritti, appunto, per evitare il referendum.»

https://www.ilsole24ore.com/art/perche-il-taglio-parlamentari-non-si-potra-votare-prima-aprile-giugno-2020-ACt5yge?utm_medium=FBSole24Ore&utm_source=Facebook#Echobox=1565774293

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(7) L’inspiegabile mancato ritiro dei Ministri da parte di #Salvini nasconderebbe il vero senso della sua strategia: rimanere al #Governo per portare avanti la propria campagna elettorale, caricandola su fondi pubblici. Spunti da Andrea Fioravanti su Linkiesta.

«L’azzardo fallito di Salvini tradisce il suo vero obiettivo: andare con questo Governo al voto per gestire le elezioni e continuare la campagna elettorale permanente da una posizione di prestigio. Ecco perché dopo sei giorni non ha fatto neanche dimettere un ministro leghista. È più facile fare due, tre comizi al giorno in ogni minuscolo borgo d’Italia se a pagare le trasferte sono i fondi del ministero dell’Interno. Sarebbe impegnativo andare lungo tutta la penisola con i soldi della Lega, specie dopo la sentenza della Cassazione che ha confermato la confisca dei 49 milioni di euro di rimborsi elettorali usati per spese personali dall’ex segretario Umberto Bossi.
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Dopo l’apertura di Matteo Renzi a un governo istituzionale, Salvini non ha più la certezza che questo governo dimissionario vada al voto e teme di perdere la visibilità che garantisce il doppio ruolo di vicepresidente del Consiglio e ministro dell’Interno. Finora ogni dichiarazione di Salvini ha avuto una cassa di risonanza rilevante. I mass media italiani ossessionati dalle parole dei leader di governo hanno riportato ogni suo tweet, post o diretta Facebook. Che fosse una nave Ong diretta verso le coste italiane, l’approvazione di un decreto o la demolizione di un campo rom, Salvini ha usato il suo ruolo per dettare l’agenda politica.»

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(8) Nell’ipotesi di una prosecuzione, in subalternità per il #M5S, dell’attuale #Governo, #DiBattista diventa una carta importante da giocarsi nel rimpasto. Spunti da Laura Cesaretti su Il Giornale.


«Per il vicepremier grillino (e per la Casaleggio, che vuol restare con un piede nella stanza dei bottoni) la priorità è rinsaldare l'alleanza con Salvini e assicurarsi che il governo gialloverde vada avanti, possibilmente per tutta la legislatura. A costo di concedere pezzi pregiati di governo al socio leghista: non solo la poltrona in Commissione Ue, che spetta a Salvini, ma anche la testa di ministri, vice, sottosegretari grillini da sostituire con salviniani. E con nuovi innnesti dalle file pentastellate: nasce così la voce insistente di un possibile arrivo al governo del più celebre disoccupato grillino: Alessandro Di Battista (nel tondo).
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Ma dopo gli ultimi colloqui col suo omologo, incluso quello di ieri, Di Maio si è fatto l'idea che Salvini sia fortemente tentato di tenersi l'utile alleato grillino, in stato di soggezione, e di lasciare a Conte la patata bollente di un ardua trattativa europea, tenendosi le mani libere per sparare a zero su Bruxelles, senza doversene assumere la responsabilità.»

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